Settembre 2020: schede video introvabili, case nuove e notti insonni

Settembre arriva come un sipario che cala. Roberto lo percepisce nel parcheggio sotto casa, dove fino a ieri c’erano targhe di mezza Italia e adesso restano solo la Ford Focus di Luisa e la sua. I bagnanti si sono volatilizzati, l’aria ha cambiato odore, e quella brezza preautunnale porta con sé una malinconia che gli si deposita addosso come la salsedine sulle ringhiere. “Sembra che anche il tempo sia cosciente di quello che accade,” mormora tra sé, quasi stupito che il calendario e il meteo si siano messi d’accordo con una precisione svizzera: 31 agosto, caos e caldo; 1 settembre, deserto e frescura.

Ma c’è qualcosa che squarcia quella malinconia con la potenza di un fulmine: Nvidia ha appena presentato le nuove RTX 3080. Roberto quasi non ci crede. 750 euro per una scheda che, a numeri alla mano, demolisce la generazione precedente. “Cioè, pensate a chi un mese fa si è comprato a 1.100 euro una 2080Ti,” esulta con la voce di chi ha appena scoperto che il vicino ha pagato il triplo per la stessa macchina. La 3070 poi, a 519 euro, promette prestazioni superiori alla 2080Ti: è come se Nvidia avesse deciso di far piangere retroattivamente chiunque avesse comprato una scheda video negli ultimi dodici mesi. Roberto è combattuto — la 3080 è la scelta del cuore, la 3070 quella del portafoglio — ma l’ossessione è innescata, e da quel momento il refresh compulsivo su Amazon diventerà il suo sport quotidiano.

Alessandro, dal canto suo, ha un piano ancora più temerario. Siccome lavora nel settore dei videogiochi e ne è pure responsabile, decide di compilare un modulo di richiesta aziendale con una sfacciataggine che rasenta l’arte performativa: una MSI 3080 X Trio, una Xbox Series X, 12 mesi di Game Pass Ultimate, l’abbonamento premium a Stadia, e già che c’è pure un modem gaming di ultima generazione. Roberto lo venera: “Se la tua capa accetta, te metto tipo santino davanti la camera.” Alessandro però deve fare i conti con un dettaglio pratico — nel modulo va indicato il prezzo IVA esclusa, e per la 3080 un 700-800 euro può ancora passare inosservato, ma la 3090 sfonda il muro psicologico dei 1.000 euro e “salterebbe troppo all’occhio.” Si accontenta. Qualche settimana dopo, con sommo stupore di tutti, la capa autorizza l’ordine. Alessandro annuncia la vittoria con la nonchalance di chi ha appena vinto una guerra diplomatica, aggiungendoci pure un controller Razer Kishi da 120 euro perché, insomma, bisogna testare lo streaming su smartphone.

Mentre i due si perdono in architetture nerd, Rocco tace. È sparito. Roberto e Alessandro cominciano a cercarlo come in un film di serie B: “Ma Rocco? Ma l’hai visto? Ma Rocco ti ha parlato? Rocco non lo sento da settimane.” Rocco si cela nell’ombra come un ninja, esattamente come faceva al liceo quando si fidanzava e poi spariva dal radar. Quando finalmente riemerge, lo fa con un messaggio-fiume che mischia il grottesco al tenero.

Prima il grottesco: durante il lockdown di marzo, uno zainetto di Lavinia era rimasto a scuola. Al suo interno, un paio di mutandine con residui di un incidente intestinale. Per sei mesi nessuno se n’è accorto. Sei mesi. Roberto resta basito: “Io se mi dimentico un pannolino chiuso in cameretta per una nottata, la mattina pare che c’è stata la peste bubbonica con tutte le cazziate che mi pio da Luisa.”

Poi il tenero: Rocco racconta della cena con Silvia, portata al ristorante Capo di Ferro ad Albano. È andato molto bene. I bambini si stanno affezionando a lei — Leonardo le ha persino proposto di sposarlo, salvo poi correggersi con l’impeccabile logica di un bambino: “No, sono sposato con mamma, non mi sposo con nessun’altra.” Silvia cucina lasagne con le polpettine, petto di pollo fritto, patatine. È attenta, generosa, presente. Rocco parla di lei con una luce nella voce che non si sentiva da tempo, ma subito dopo il tono cambia: “L’idea di aver fatto un giro intero intorno al sole senza di lei è difficile. La mancanza che provavo il primo giorno non è cambiata di una virgola.” Roberto ascolta e risponde con quella delicatezza che gli viene naturale quando il cuore degli amici è esposto: la parola “devastazione” gli è venuta in mente spesso pensando a Rocco, e sa che come mancava un anno fa mancherà per sempre, ma si rincuora nel sapere che la vita, in un modo o nell’altro, presenta nuove situazioni per cercare un po’ di serenità.

Nel frattempo, al lavoro di Roberto succede qualcosa che gli rimescola le emozioni. Mattia, il ragazzo con cui lavora da quasi tre anni — l’unico essere umano capace di estirparlo da casa per andare al cinema a vedere Joker, nonostante vent’anni di differenza d’età — se ne va. Si trasferisce a Roma col fratello e la ragazza. L’ultimo giorno è una mezza giornata, perché gli restano ferie accumulate che l’azienda non vuole pagargli. E come se il destino avesse un gusto per le simmetrie beffarde, il sostituto si chiama Mattia pure lui. Roberto deve fare da tutor a entrambi contemporaneamente, una situazione che gli pare assurda: “Da una parte un ragazzo con cui ho preso confidenza, dall’altra uno nuovo a cui devo spiegare tutto, e sono praticamente da solo.” La malinconia di settembre si ispessisce.

Rocco, intanto, si è lanciato nella ricerca di una casa nuova. Un sabato mattina, con Silvia al fianco, visita due immobili. Il primo — la “Casa Rossa” vicino al Palabandinelli, tre piani, 280.000 euro — viene bocciato quasi subito: troppi lavori, una magnolia gigantesca che sta sollevando i pavimenti, e a Rocco i piani multipli non piacciono. Il secondo, invece, lo folgora. È la casa dei genitori di Alessandro Gatta, un compagno di scuola che nel frattempo è diventato ricco in Svizzera con la moglie metà ecuadoregna, metà svizzera. La casa è un catalogo di perfezione domestica: cisterna da 50.000 litri con depurazione professionale e lampada UV, cappotto termico da 10-12 centimetri, tapparelle elettriche, pannello fotovoltaico, termocamino legna e pellet, sistema di telecamere interno ed esterno, videocitofono, sistema perimetrale d’antifurto. E poi, fuori: cucina esterna in muratura con forno per pizza e porceddu, gazebo da dieci posti, doppio garage e pergolato. Rocco è in estasi. Il dettaglio che lo commuove davvero, però, è una foto in sala: Gatta con la moglie e la figlia. “Mi sono messo a piangere,” ammette.

Il prezzo è 250.000 euro, trattabili. Con un tetto abusivo da sanare si potrebbe scendere a 230.000. Rocco fa i conti: 100.000 di mutuo e il resto coperto, senza toccare i risparmi. La proposta viene formalizzata qualche giorno dopo con un assegno all’agenzia immobiliare, e alla fine del mese la casa è praticamente sua. Già sogna i lavori: un bagno nuovo con la vasca grande per i bambini, una cucina nuova, e — in un delirio estetico che viene prontamente demolito dagli amici — la resina autolivellante per i pavimenti del salone. “130 euro al metro quadro per mettere la plastica per terra?” lo apostrofa Alessandro, che si è autoproclamato consulente d’arredamento non richiesto. Roberto rincarica: “Fatti aiutare da qualcuno con gusto, Rocco.” La resina viene archiviata. La carta da parati per le camere dei bambini, invece, sopravvive al vaglio critico — Alessandro indica persino il sito: cartadaparatideglianni70.com.

Ma settembre, per Rocco, porta anche un peso enorme che cova da mesi. Tra sua madre e Lucia, la suocera, c’è una frattura aperta da gennaio. Incomprensioni accumulate durante il periodo dei ricoveri di Margherita, quando le due donne si sono ritrovate forzatamente insieme ogni giorno, in un contesto di tensione e sofferenza dove era facile che qualunque parola suonasse sbagliata. Da allora non si parlano più. Rocco ha dovuto dividere i giorni dei bambini: lunedì e martedì con la nonna materna, mercoledì con Lucia, giovedì di nuovo con la nonna, venerdì con Lucia. Sulla carta funziona, ma sotto la superficie è un rumore di fondo costante: la madre che critica Lucia, Lucia che allude alle mancanze della madre, entrambe che ne parlano con parenti e conoscenti, e Rocco nel mezzo che assorbe tutto.

Il punto di rottura arriva dopo la messa commemorativa di Margherita, quando la madre gli dice: “Ecco, vedi, è venuta Solange a salutarmi, lei sì che è stata brava.” Rocco esplode. “Ma che mi vuoi dire? Vuoi fammi la classifica di chi è bravo e chi non è bravo? Ma sei proprio stupida.” Urla, sbatte le mani sul tavolo, dice cose che non aveva mai detto: “Ho pensato tante notti a pensare che magari domani non mi sveglio, e poi non ve ne è mai fregato un cazzo.” Scrive a entrambi i genitori e a Lucia un ultimatum: risolvete la situazione, o vedrete i bambini a Natale e a Pasqua, punto. “Non voglio una lira dei tuoi soldi,” dice alla madre, rifiutando persino l’aiuto per comprare la casa nuova. “Il tuo aiuto lo voglio nell’essere presente, non mi servono i soldi.” Il lunedì successivo, al bar davanti all’OVS, il padre fa da mediatore. Le due donne si scusano, si abbracciano. Pare che alzare la voce abbia funzionato.

C’è poi la questione di Alberto, il suocero di Rocco, che parte per San Bartolomeo nelle Antille francesi. Roberto vuole sapere tutto, convinto che si tratti di affari loschi in un paradiso fiscale: “Voglio sapere quali affari loschi va a fare, non mi girare intorno con le parole.” La realtà è più prosaica: un contatto velletrano ha un’impresa di ristrutturazioni in legno sull’isola e offre ad Alberto — che fa esattamente lo stesso mestiere — un contratto di un mese e mezzo, tutto spesato, per circa 15.000 euro netti. Roberto resta deluso: “Pensavo condissi la storia con elementi più piccantelli, tipo ricettazione o riciclaggio di denaro sporco.” La valigia di Alberto, per inciso, non arriva con lui a San Bartolomeo e verrà recapitata il giorno dopo. Lucia, rimasta a casa, appare stranamente più serena: forse la distanza fa bene a entrambi.

Qualche giorno dopo, Rocco comunica ad Alberto l’esistenza di Silvia. Il suocero è un signore: “Sono contento, tu sei giovane, hai bisogno di farti una vita, di essere felice. I bambini hanno bisogno di una figura.” Si augura che Rocco possa stare con Silvia a lungo. “A me mi dispiace per tutta la situazione, ma per questo sono felicissimo.” Invita persino Silvia alla cena del sabato. Rocco racconta la scena agli amici con la voce di chi si è tolto un macigno dal petto.

Roberto, intanto, combatte le sue battaglie. Una visita medica rivela che le caviglie gonfie che si porta dietro da anni nascondono qualcosa di più serio: vene varicose, una vena da rimuovere, un’altra da chiudere, una trombosi, un tendine traumatizzato. “A 45 anni mi hanno fatto la diagnosi di un settantenne,” sbotta. Deve farsi punture di eparina e indossare calze antitrombotiche. “Manco mi madre che ha 80 anni,” aggiunge con quel fatalismo comico che gli è proprio. Da quel momento, Rocco lo ribattezza affettuosamente “Mister Trombino.”

Per Roberto e Luisa arriva anche una notizia che pesa come un macigno. Dopo mesi di tentativi per dare un fratellino o una sorellina a Caterina, la ginecologa di Catanzaro — la stessa che aveva seguito la prima gravidanza — li smonta pezzo per pezzo. La gestosi della prima gravidanza, il cesareo d’urgenza, la nascita prematura a 33 settimane e 6 giorni: tutto rischia di ripetersi in forma più acuta, con conseguenze potenzialmente fatali non solo per il bambino ma per la madre stessa. Roberto racconta il colloquio con voce piatta, ripetendo le parole della dottoressa come chi sta ancora cercando di metabolizzarle: “Non si tratta di fare un regalo a Caterina, ma di lasciarle un peso.” Il viaggio di ritorno in macchina è silenzioso. “Metabolizzeremo,” dice, ma quella notte e le successive si sveglia all’una e mezza, gli occhi spalancati, la smania addosso, e finisce davanti al computer a cercare RTX 3080 sottobanco, giocare a Persona 4 Golden e guardare video su YouTube — qualunque cosa che non lo faccia pensare.

L’insonnia si installa come un ospite indesiderato. Roberto descrive le sue notti con precisione clinica: a letto a mezzanotte, sveglio all’una e un quarto, computer fino alle quattro, sveglia alle 6:15, giornata in stato catatonico con fame chimica perpetua. Alessandro gli consiglia di capire la causa profonda prima di cercare rimedi; Roberto sa già qual è, ma ammetterlo ad alta voce è un’altra cosa.

In mezzo a tutto questo, il trio trova il modo di vedersi. Una mattina fanno colazione insieme all’Arte del Dolce, un’altra sera Alessandro organizza una cena a casa con Veronica e i bambini — polpettine al sugo per tutti, tranne Caterina che le mangia solo senza sugo e alla fine si porta la frittatina da casa. Il piccolo Leonardo incredibilmente si presenta pure lui. Sono momenti di normalità preziosa.

Alessandro, tra un cambio di pannolino di Mila e una riunione aziendale, riceve 3 account gratuiti di Stadia Pro da Google e si butta a capofitto nell’xCloud di Microsoft, che lo intriga parecchio. Il servizio di streaming permette di giocare a titoli Xbox su smartphone con un controller Bluetooth, e Alessandro già sogna di giocare ad Ace Combat sul cellulare trasformato in una specie di Nintendo Switch. Il limite, scopre presto, è che i salvataggi locali non si sincronizzano con il cloud: una partita di Minecraft Dungeons fatta su PC viene persa passando allo streaming. “Grosso, grosso limite,” sentenzia, e lo segnala immediatamente.

Roberto, nel frattempo, è intrappolato nella spirale della scelta del case per il PC. Non vuole più il Mini-ITX — troppo costoso, troppo caldo, troppo rumoroso, tutto il triplo di un formato normale — ma non può nemmeno permettersi un mostro gigantesco perché il computer sta in bella vista nel disimpegno tra salone e ingresso. È combattuto tra l’NZXT H210 e il Cooler Master MasterBox NR200, e il fattore decisivo è di una specificità che solo un nerd può comprendere: un centimetro e mezzo di differenza nella lunghezza massima supportata per la scheda video. Il Cooler Master accetta schede fino a 34 centimetri, l’NZXT si ferma a 32,5. E nessuno sa ancora quanto è lunga la benedetta RTX 3080. Roberto odia le luci RGB — “maledico tutti quelli che mettono le lucine” — e sceglie il nero perché ha tutto nero, anche se il bianco sarebbe più bello. Alessandro, dal canto suo, coglie l’occasione per un’arringa memorabile: “Quando qualche mese fa ti chiesi del Mini-ITX e tu mi dicesti che andava benissimo, ecco, mi hai mentito. Adesso mi ritrovo con una scheda madre Mini-ITX da 250 euro in un case che mi fa veramente cagare.”

Sul fronte nerd, Roberto scopre Star Wars Squadrons, in uscita il 2 ottobre, e lo descrive agli amici come tutto ciò che Star Citizen avrebbe dovuto essere ma non sarà mai. Inizialmente si illude che sia incluso nel suo abbonamento EA Play da 14 euro al mese, poi scopre che non lo è e bestemmia interiormente, poi a fine mese scopre che lo hanno aggiunto e si calma. L’acquisizione di Bethesda da parte di Microsoft è “una bomba atomica” per il settore, ma Roberto ammette candidamente di non aver mai finito un Fallout né un Elder Scrolls, e che dei Doom non riesce a colpire nulla, quindi vive la notizia con olimpico distacco.

Rocco, verso fine mese, parte per Palermo — anzi per Aspra, ridente località vicina — per un incarico professionale: 6 batterie di test psicologici in due giorni, 1.800 euro netti tutto spesato. Roberto fa i conti ad alta voce: “Per guadagnare 1.800 euro io ci metto tre mesi.” Alessandro gli raccomanda di mangiare tutto il mangiabile: panino con la milza, fritture, cassate. La collega che lo accompagna si chiama Francesca, e Alessandro non perde l’occasione: “Ma Ro, non è che ti sei fatto il portaborse? Il portaborse lo sappiamo tutti che doveva fartelo Roberto.”

Rocco chiude il mese estinguendo il suo primo mutuo — 15 anni pagati — e con la notizia che il TFR di Margherita è finalmente arrivato, chiudendo l’ultima pratica burocratica. Roberto si sveglia alle 5:48 perché Caterina ha giocato con la sveglietta di Ikea regalatagli dall’amico tempo fa, spostando l’allarme di mezz’ora. Alessandro prende un giorno di ferie e va a Roma in treno con la bici, per poi tornare a Velletri pedalando attraverso i monti: 64 chilometri, cinque ore di strada, un’esercitazione dell’esercito incrociata nel bosco e un tunnel buio quasi lovecraftiano lungo 200 metri dove bisogna fissare il puntino di luce in fondo e pedalare per fede. Roberto, nel viaggio di ritorno dal lavoro, si concede l’unica vendetta perfetta del mese: una Yaris che gli sta incollata dietro per tutto il tragitto la lascia sorpassare proprio davanti a un posto di blocco della polizia, suonando il clacson per attirare l’attenzione dell’agente. “Quanto godo,” esulta, consapevole di meritarsi un girone dell’inferno tutto per sé.