Agosto 2020: tra rotatorie maledette, schede video mitologiche e maialini porchettati

Roberto è lungo la statale calabrese, inchiodato a 50 all’ora tra autovelox dinamici e turisti che spuntano dalle pareti come nei peggiori platform degli anni Novanta. Il caldo è una bestia che non dà tregua, il sudore è arrivato in zone che la decenza impone di non nominare, e Roberto ha una notizia bomba per gli amici: Bob Sinclair suona alla Vecchia Fattoria, locale trendy tra Diamante e Santa Maria del Cedro. “Mica pizza e fichi,” annuncia con la solennità di chi sta comunicando una visita papale. La proposta è chiara: andare a fare i ventenni, ballare, rimorchiare. “Manna, raga, manna,” aggiunge, per poi ammettere che non lo faceva neanche a sedici anni. Rocco è in Sardegna, Alessandro è bloccato dal battesimo della nipotina Chiara — di cui è pure testimone di nipotaggio, come lo chiama lui — e la serata Bob Sinclair resta un sogno collettivo mai realizzato.

Le rotatorie calabresi, intanto, diventano il campo di battaglia esistenziale di Roberto. Qualcuno si ferma in mezzo alla rotatoria, bloccando il flusso con la stessa naturalezza con cui si ordina un caffè al bar. Roberto bestemmia. Alessandro conferma di aver rischiato più volte la vita per colpa di questi psicopatici del volante, e poi — con la delicatezza di un elefante in cristalleria — ne approfitta per rivelare che Veronica ha dovuto ripetere l’esame della patente un numero imprecisato di volte. Lo dice a bassa voce, perché Veronica è lì. E Veronica, ne siamo certi, ha sentito tutto.

Ma la vera bomba della serata è un’altra: Alessandro confessa di mangiare a tavola senza maglietta. Roberto reagisce come se avesse sentito una bestemmia in chiesa. “No, no, no, no, no,” scandisce con il tono di chi sta difendendo le fondamenta della civiltà occidentale. Racconta delle epiche litigate tra il cognato e il suocero per la stessa ragione, evoca il fantasma di generazioni di padri e nonni che mai avrebbero tollerato una simile barbarie, e poi — colpo di genio retorico — collega lo stare a tavola senza maglietta al fermarsi in mezzo alle rotatorie. “È un attimo,” sentenzia. “Le cose sono collegate.” Alessandro, a panza di fuori, ascolta in silenzio.

Qualche giorno dopo, Roberto scende dal piedistallo morale per cadere in un abisso di rosicamento automobilistico. Passeggiando davanti all’ex negozio del suocero, scopre che Thomas — marito della sorella della compagna del cognato, un albero genealogico che richiede un foglio A3 — possiede la macchina dei suoi sogni. La Kia Proceed GT. “Non avete idea di quanto ho rosicato come un porco malato,” confessa con una sincerità che strappa il cuore. La descrive con la passione di un innamorato: 204 CV, linea stupenda, il muso che pare una Panamera, i fari LED nella notte calabrese. E il bello è che costa 27.000-28.000 euro, una miseria rispetto al trittico tedesco che per le stesse prestazioni ne chiede il doppio. “Certo, il nome Kia fa ridere rispetto a BMW, Audi e Mercedes,” ammette. Ma poi tira in ballo il Dacia Duster di Alessandro come prova che il rapporto qualità-prezzo è tutto ciò che conta. Alessandro, nel frattempo, non si interessa minimamente alla macchina: vuole sapere perché qualcuno abbia chiamato un figlio Pablo pur essendo entrambi i genitori di Aprilia.

Roberto passa intere giornate a catalogare le auto che sfilano sulla SS18, il tratto di 43 chilometri tra Guardia e Scalea trasformato in un salone dell’auto involontario. Le Volvo sono esplose ovunque, le Nissan Qashqai sembrano regalate come le patatine, la nuova Ford Puma vista dal vivo è un aborto goffo rispetto alle foto patinate, e la Peugeot 208 — che nei render sembrava fantastica — dal vivo “fa un po’ cagare.” Alessandro lo ascolta e si chiede perché abbia parlato per minuti della Qashqai quando con 10.000 euro in meno ti fai il Duster. Roberto replica, piccato: “Non ho parlato 10 minuti del Qashqai perché mi piace, ho soltanto detto che se ne vedono tantissimi.”

La Sardegna, intanto, offre a Rocco spiagge sopravvalutate e misteri da narcotrafficanti. Alla Pelosa — “la spiaggia più sopravvalutata della storia” — ci sono tre ore e mezzo di fila per entrare e una densità umana che ricorda Rio Martino al mare. Rocco sospetta che una villa vicina sia un covo di narcos e propone ad Alessandro una perlustrazione tra i mirteti, come due detective improvvisati in infradito. La vacanza sarda procede tra sospetti, acque cristalline e la certezza che il turismo di massa sia una piaga biblica.

Il compleanno di Alessandro passa quasi inosservato — lui è sui sentieri del Monte Artemisio, in 4-5 ore di solitudine benedetta nel bosco, dopo aver lasciato la piccola Mila dalla maestra Deborah a giocare con Diego. Rocco, che conosce bene quella maestra, ne approfitta per ricordare quanto Mila sia una bambina sveglia e socievole. Ma la vera avventura arriva qualche giorno dopo, quando Alessandro organizza un’escursione notturna sul Monte Circeo con gli amici. Roberto, rimasto a casa, rosica tremendamente. E fa bene a rosicare, perché dopo appena 40 minuti di ascesa, Frenk sbatte la testa contro un ramo e si apre il cranio. Il sangue cola su una pietra, la scena è da film horror low-budget: Frenk chinato con le mani sulla roccia, la testa che gronda, la pietra diventata rossa. “Sembrava una pecora sgozzata,” racconta Alessandro con il distacco clinico di un cronista di guerra. Sei punti, un’iniezione di immunoglobulina per il rischio tetano, e il giro notturno si trasforma in una gita al pronto soccorso di Sabaudia. La foto di vetta la fanno comunque, arrivandoci in macchina. Frenk, con la fasciatura in testa, sorride. L’alpinismo è roba per gente seria.

I tre amici, tra un libro e l’altro, si scambiano consigli letterari che farebbero invidia a un club di lettura. Alessandro è in estasi per una saga di fantascienza — “La crisi della realtà” — che gli ha aperto un mondo nuovo rispetto ad Asimov e ai classici degli anni Cinquanta. Roberto rilancia con I canti di Hyperion, saga che “ha lasciato il segno nella storia delle mie letture narrative fantascientifiche.” Le ultime pagine, dice, capovolgono tutto. Rocco prende nota e si ripromette di leggerle entrambe, recuperando i file EPUB che Alessandro gli aveva passato tempo fa.

Il Covid, intanto, bussa alla porta della Calabria. A Santa Maria del Cedro vengono rilevati i primi 3 casi conclamati: un turista napoletano e due familiari. Roberto è furente. Questi, prima del ricovero, hanno girato “pizzerie, gelaterie, bar, lidi, soncazzi.” La presidentessa Santelli emana un’ordinanza che impone la mascherina ovunque, i militari pattugliano il tratto tra Santa Maria del Cedro e Scalea, e l’atmosfera cambia da vacanza balneare a zona di guerra. Ed è proprio il Covid a far saltare i piani di Roberto per la festa dei 40 anni di un’amica di Luisa. La festa è prevista a Santa Maria del Cedro, dalle 22:30 in poi — orario già improponibile con una bambina piccola — e con 40 invitati di cui 15 sconosciuti della scuola di ballo. Roberto chiama e disdice, con toni tranquilli ma fermi: “Ho fatto tre mesi di clausura, non conosco queste persone, non me la sento.” Dall’altra parte, gelo. L’amica chiude il telefono con un “va bene” che pesa come un macigno. Roberto sa di aver perso un’amicizia, ma non si pente. Ha litigato persino con Luisa per i parenti scesi da Milano, figurarsi se cede per degli sconosciuti ballerini.

La settimana di Ferragosto trasforma il condominio di Roberto in una bolgia dantesca. Venti ragazzini giocano a pallone nel piazzale tra le macchine, un diciottesimo compleanno nel condominio vicino produce karaoke dalle 22:00 all’1:00 con diciottenni completamente stonati al microfono, e Roberto fantastica di dare fuoco a qualunque cosa che non sia un suo familiare. Alessandro conferma solidarietà a distanza, poi si preoccupa per Rocco: lo ha visto strano, assente, spesso al cellulare con lo sguardo perso. “Come stai, Rocchi?” gli chiede con la dolcezza ruvida di chi conosce un amico da una vita. “Fammi sapere se ci vogliamo fare un aperitivo.” Il messaggio resta sospeso nell’aria calda di agosto, carico di quella premura silenziosa che tiene insieme le amicizie vere.

Il nerdismo tecnologico, in questo agosto, raggiunge vette himalayane. Roberto dedica una serie interminabile di messaggi vocali alle nuove schede video NVIDIA serie 3000, in arrivo il primo settembre. La 3080 costerà tra i 900 e i 1.000 euro — cifra che qualche anno prima ti avrebbe comprato il non plus ultra — e la 3090 è un mostro che occupa 3 slot, richiede un alimentatore nuovo con cavetto a 12 pin, e costerà almeno 1.500 dollari. “Chi ha i soldi per una scheda del genere non si fa problemi a cambiare l’alimentatore,” filosofeggia Roberto, che intanto pianifica l’acquisto della 3080 a rate su Amazon perché “sganciare 1.000 euro in una botta, A, non ce li ho, B, pure se ce li avessi, mia moglie mi fucila.” Il DLSS 3.0, la tecnologia di upscaling tramite reti neurali, diventa oggetto di una lezione universitaria improvvisata: texture a 1080p portate a 4K con una definizione superiore al nativo, il tutto trasparente per l’utente. Roberto ne parla con la passione mistica di un profeta che ha visto la terra promessa. Alessandro, dal canto suo, sogna una 3060 per il portatile, ma non riesce a vendere quello vecchio: “In vendita da tre-quattro mesi, nessuno manco mi fa domande.” La crisi economica colpisce anche il mercato dell’usato nerd.

Roberto, ossessionato dalle temperature del suo case Mini-ITX che d’estate diventa un fornetto, inizia a valutare nuovi case e sistemi di dissipazione. Il Cooler Master NR200P costa circa 100 euro, l’NZXT H1 è stupendo ma costa 200 e passa, e il Kraken serie Z della NZXT per il liquid cooling ne chiede 240. “Ma che siamo matti?” si chiede retoricamente, per poi esplorare alternative Corsair su Amazon. Alessandro linka case, suggerisce soluzioni, discute le dimensioni delle ventole — il tutto con il mignolo del piede sinistro fratturato. Perché sì, Alessandro si è rotto il mignolo sbattendo contro lo stipite della porta, “come un coglione,” mentre camminava scalzo con le mani occupate dal trapano. Fino al 17 settembre niente corsa, niente bici, niente di niente. Roberto reagisce con filosofia geriatrica: “Non teniamo più l’età, raga. Qualunque cosa ci toccamo, come i vecchi che siamo.” E poi, con l’empatia di un vero amico, aggiunge: “Ciò mi rincuora, perché avrai più tempo per ascoltare i miei pallosissimi messaggi.”

L’IKEA diventa il terreno di scontro coniugale di Alessandro. Lui andrebbe direttamente al piano mercato, prenderebbe le due cose che servono e via. Veronica vuole fare il giro completo: piano espositivo, tavolini, sedie, bicchieri, tazzine, padelle, tappezzerie. Dopo tre quarti d’ora di esposizioni Alessandro è stremato e quando finalmente arrivano alle casse e Veronica punta al ristorante, scoppia la lite. “Ogni volta che andiamo lì è così,” sospira. Roberto, dalla Calabria, ammette una cosa che gli costa fatica fisica pronunciare: gli manca l’IKEA. “L’ho detto, non lo cancello subito sto messaggio, non vorrei che risentendolo tra alcuni anni venisse un infarto,” aggiunge, terrorizzato dalla propria confessione. Per andare all’IKEA più vicina deve arrivare fino a Salerno, e a Guardia l’alternativa sono i centri commerciali di Cosenza dove tutto “costa il triplo.” Rocco, che apprezza le polpettine dell’IKEA, viene immediatamente squalificato dal dibattito: “Tu sei assimilabile a una femmina, Rocco. Non puoi parlare con me e Roberto, che siamo maschi e uomini veraci, dell’esperienza all’IKEA.”

Il barbiere Ernesto di Guardia diventa protagonista di un racconto che ha i toni della tragedia greca. Aveva accolto il sistema degli appuntamenti per Covid come una benedizione: niente risse, niente code, niente numeretti da salumiere. Un mese dopo è un uomo distrutto. I clienti non rispettano gli orari, danno buca senza avvisare, pretendono di portare amici all’ultimo momento, e molti preferiscono farsi un’ora e mezza di fila dal barbiere di Fuscaldo piuttosto che prenotare. “Mi hanno abbandonato,” racconta a Roberto, nero in volto, mentre sterilizza le forbici. Da settembre torna alla vecchia tiritera: chi arriva prima si siede, gli altri aspettano fuori. Roberto, che in quei mesi aveva vissuto il paradiso del taglio su appuntamento — “arrivavo, 20 minuti, via” — piange la fine di un’era. E per di più, scopre che Vincenzo, il barbiere di Velletri — quello che esisteva da sempre, che sembrava eterno — ha chiuso bottega. Un foglietto sulla serranda, un numero di telefono, la fine di un’epoca. Alessandro, solidale nel dolore, racconta la sua disavventura dal parrucchiere di Albano: “Mi hanno fatto i capelli per carità precisi, però mi sembravo un pò frocio.”

Roberto, ogni sera, trova il tempo per giocare tra mezzanotte e mezza e le 3:00 del mattino, sveglia alle 6:15. Le serate in cui non crolla sul divano vestito sono la minoranza. E una notte, tornando a casa a mezzanotte, si siede sul divano per controllare i messaggi e scompare dal mondo. Luisa lo trova alle 3:58, seduto nella stessa identica posizione, il cellulare ancora sul ginocchio, la luce accesa, sudato al punto da aver lasciato “la sacra sindone” sul divano. “Soffro di narcolessia,” dichiara con la certezza di chi si è appena autodiagnosticato. Alessandro suggerisce di andare a dormire alle 21:30 come fa lui. Roberto risponde che vorrebbe, ma c’è un’altra persona in casa che non vuole: Caterina, che alle 24:00 è ancora iperattiva e gioca con la cuginetta Cecilia nel cortiletto.

Sul fronte del secondo figlio, Roberto aggiorna con amarezza: anche questo mese niente. Luisa ha avuto le mestruazioni regolari e il desiderio di allargare la famiglia si scontra con la biologia. “Mi sa che qui o so diventato difettato io, o è Luisa che ormai è in età che è sempre più difficile,” mormora, e c’è una malinconia sincera nelle sue parole che gli amici raccolgono in silenzio, senza commenti superflui.

Rocco, dalla vacanza in Umbria, manda foto di maialini porchettati e piscine collinari. Il casolare ha un forno industriale dove sfornano pizza e pane, la piscina è 12 per 5 metri — “troppo grande per i miei gusti, una 10 per 4 basterà nella mia nuova casa che a settembre andrò a vedere.” È sereno, i bambini sguazzano dalle 9:00 del mattino, e arriva il momento paterno che scioglie il cuore: Leonardo, 3 anni e mezzo, si toglie l’unico bracciolo rimasto e nuota da una parte all’altra della piscina. “Ne sono molto orgoglione,” scrive Rocco, inventando un superlativo che dice più di qualsiasi parola esistente. Roberto, dalla Calabria, risponde con affetto e una punta di invidia: Caterina, per il secondo anno consecutivo, non vuole mettere un piede nell’acqua del mare. “Ce l’ho a 100 metri da casa,” aggiunge, “vuol dire molto di me.”

L’ultimo giorno del mese esplode Flight Simulator. Alessandro lo installa sul portatile con la 2060 — dovendo unire due partizioni perché non aveva abbastanza spazio — e resta senza fiato: l’aeroporto di Ciampino è riprodotto con il passaggio a livello di Santa Maria delle Mole, le case intorno, tutto perfetto. Da Scalea a casa di Roberto ci vogliono 3 minuti e mezzo d’aereo. “Secondo me se ti fai un aeroplano ci metti molto meno ad andare al lavoro,” suggerisce ad Alessandro. Roberto, commosso, chiede di sorvolare casa sua: “Devo vedere se ci sta veramente il parcheggio con la Punto.”