Alessandro si aggira tra le stanze della casa nuova come un esploratore in terra incognita, armato di sacchi della spazzatura e buona volontà. Sta liberando gli ambienti dalla montagna di rifiuti accumulata, differenziando tutto con la dedizione maniacale di chi ha letto il regolamento comunale almeno tre volte. I parchettisti devono montare il pavimento e ogni centimetro quadrato va conquistato. Roberto commenta con un laconico “Bravo Sandrino differenziatore”, che è il massimo dell’entusiasmo che ci si possa aspettare da lui a quell’ora del mattino.

Roberto, qualche giorno prima, aveva commentato soltanto una delle tante foto che Alessandro aveva condiviso della casa nuova: quella in cui Mila, tutta contenta, si lava le manine al rubinetto del bidet. E quel dettaglio gli aveva stretto il cuore in un modo che non si aspettava. Racconta, con una dolcezza che raramente si concede, di quando lui e Luisa cercavano casa a Guardia: Caterina in alcuni appartamenti non voleva neanche entrare, in altri piangeva o si aggrappava al padre come un koala terrorizzato. Solo nell’appartamento che poi sarebbe diventato la loro casa, la bambina era scesa dalle braccia di Roberto e aveva cominciato a scorrazzare da sola per le stanze vuote, senza un capriccio. “Non credo a queste cose,” dice Roberto, “però credo molto all’empatia dei bambini.” E vedere Mila già a suo agio nella casa nuova gli aveva fatto lo stesso effetto: un buon auspicio, un segno che forse i più piccoli capiscono cose che gli adulti si ostinano a razionalizzare.
Poi Roberto cambia registro con la grazia di un camion che sterza in autostrada, e si lancia nel racconto della Grande Rivelazione Finanziaria di Amazon. Ha scoperto che il colosso di Seattle ha attivato i pagamenti tramite finanziaria, e la cosa lo manda in visibilio cosmico. “Signori, è una svolta,” annuncia con la solennità di chi ha appena scoperto il fuoco. Una 2080Ti da 1.100 euro? Trenta rate da 40 euro. Uno Xiaomi Redmi 9S da 229 euro? Dieci rate da 22 euro. “Si apre un mondo,” ripete come un mantra. La sua mente galoppa verso il sogno proibito che lo tormenta da cinque anni: il Dyson. Cinquecento euro per un aspirapolvere sono sempre stati fuori portata, ma a 50 euro al mese? “Finalmente posso pulire casa come cacchio comanda.” Alessandro, dal canto suo, lo riporta sulla terra con la delicatezza di un amico che ti vuole bene: “Il Dyson non me lo comprerei manco potendomelo comprare. Lo Xiaomi pulisce benissimo e costa la metà.”
Ma il vero terremoto del mese arriva su quattro ruote. Rocco è andato con Paolo a vedere una Renault Captur di dicembre 2019, modello Intense Full Optional, con 6.800 chilometri e un arsenale tecnologico che gli fa brillare gli occhi: telecamere posteriori, sensori di parcheggio, guida assistita di secondo livello, frenata automatica, navigatore con display da 9 pollici, keyless entry, fari a LED. Elenca tutto con la meticolosità di un bambino che descrive i regali di Natale. C’è solo un piccolo dettaglio: il motore è un 1000 turbo da 100 cavalli.
Roberto reagisce come se gli avessero comunicato una diagnosi infausta. Parte una raffica di messaggi vocali che assume i contorni di una crociata personale. “Un 1000 turbo da 100 cavalli? Non siamo più amici. Lo dico proprio.” È categorico, apocalittico, inarrestabile. Questi motori sono “frullini”, “baracche”, “motorini infimi”. Consumano “l’ira di Dio”, non hanno ripresa, non hanno niente. “Penso pure io in bicicletta vado più veloce in salita.” Il quinto messaggio sullo stesso argomento si chiude con un ultimatum: “Se te fregano con sto motore Rocco, non ci parlo più con te.” Il sesto rincara: “Questo motore lo metta lei sul suo monopattino.”
Rocco, con la calma olimpica di chi ha già deciso, spiega che tutte le motorizzazioni disponibili sono così, che di chilometri ne fa pochi, e che ha preferito investire sulla tecnologia di bordo risparmiando 9.000 euro rispetto al diesel. E qualche giorno dopo, con la stessa serenità con cui si ordina un caffè al bar, torna dal concessionario, stringe la mano a Marco, fa il bonifico, e diventa proprietario della Captur. Il prezzo finale: 12.900 euro, passaggio e bollo inclusi.
Roberto accusa il colpo con la dignità ferita di un profeta inascoltato: “Mi costa tanto mandarti questo messaggio, perché avevo detto a me stesso che non ti avrei più rivolto la parola. Però siccome te voglio bene, continuerò lo stesso a parlarti. Per favore, quando parli della Captur, fai finta che ti sei comprato un diesel 4 cilindri da 130 cavalli. Così io me la prendo di meno.”
Rocco, imperterrito, inizia a mandare recensioni dettagliate della sua nuova creatura. Il cruscotto è completamente digitale, personalizzabile con quattro grafiche diverse. Il cruise control adattivo legge i cartelli stradali. Il mantenimento di corsia fa vibrare il volante se sforzi la striscia. In autostrada, in teoria, la macchina guida da sola. “Tu non devi fare niente. Puoi farti una partita a carte.” Ha scoperto che consuma 5,6 litri per 100 chilometri in ciclo urbano, e comunica il dato con l’orgoglio di chi ha appena battuto un record mondiale. L’unico cruccio: la SIM 4G integrata non si collega, perché i server Renault hanno bloccato centinaia di macchine e non capiscono perché. Ma è un dettaglio. La Captur è bella, è tecnologica, ed è sua.
Roberto ammette, con la grazia di un perdente sportivo, che “la Captur è una delle poche macchine francesi che mi piace veramente.” Poi non resiste e chiosa: “A parte il motore.”
Intanto, nel mondo parallelo dei giochi di carte digitali, Alessandro si è finalmente convinto a provare Legends of Runeterra su iPad, e la cosa gli piace. Si è concentrato sulla regione dei pirati, perché vuole assolutamente costruirsi un mazzo di mostri marini, quelli che fanno “sprofondare” il mazzo sotto le 15 carte e diventano “super cazzuti e cicciotti”. L’eroe è un palombaro simile a quelli di BioShock, e tanto basta. Roberto, dal canto suo, gioca da un mese sempre con lo stesso mazzo base e ci trova una soddisfazione perversa nel battere avversari che si presentano con dorsi cazzuti e carte leggendarie. “Il godimento assoluto è vedere che uno che si considera pro perde miseramente con un pivellino come me che ci ha il mazzo base dato dal gioco un mese fa.”
Roberto racconta con trasporto epico una partita in cui era convinto di vincere — lui a 18 punti vita, l’avversario a 2 — e in due turni è stato disintegrato da un mazzo con combo micidiali e un controincantesimo piazzato al momento perfetto. “Tanto di cappello,” riconosce. “Quello ha costruito un mazzo con i controcoglioni.” Alessandro, più pragmatico, scala posizioni in classifica con un mazzo veloce di sole carte elusive, senza eroi. Roberto, nel frattempo, confessa che gioca esclusivamente sulla tazza del cesso alle 7:00 del mattino o a mezzanotte passata, perché tra Caterina, la casa e il lavoro non trova altri momenti.
Rocco, che evidentemente vive in un universo parallelo dove il tempo è un concetto flessibile, si è immerso in Animal Crossing: New Horizons. Descrive il gioco con un entusiasmo contagioso: l’isola deserta, gli insetti, i fossili, il museo, la canna da pesca. Ma soprattutto Tom Nook, il presidente della Nook Incorporated, che è “un cazzo di strozzino” perché ti regala la casa e poi ti chiede indietro 98.000 stelline. “È carino,” riflette Rocco, “perché sta insegnando a Leo l’idea che un ente ti presta i soldi e tu poi glieli devi ridare.” Poi ammette candidamente: “Capisco che è un gioco molto da femmina, perché a un certo punto arrivo e dico vabbè ma io voglio una spada, voglio sparare una palla di fuoco.”
A metà mese, Roberto condivide una notizia che per lui ha il sapore della liberazione. Dopo sette mesi, il collega a cui avevano ritirato la patente l’ha finalmente riottenuta. Per sette mesi Roberto lo ha scorrazzato avanti e indietro da Belvedere al lavoro, ogni santo giorno, con una persona con cui non ha nulla in comune, nessun hobby, nessun interesse condiviso. “Buongiorno la mattina e ciao la sera.” E in tutto questo tempo, il collega non ha mai offerto un centesimo, un caffè, un cornetto. “Non li avrei mai accettati neanche se me li avesse offerti,” dice Roberto, “però almeno fai il gesto.” Il giorno in cui torna a guidare da solo è una piccola resurrezione: “È come se uscissi da una stanzetta buia dopo un anno e mi riaffacciassi alla luce del sole.”
Ma la gioia dura il tempo di un respiro, perché sul fronte lavorativo le cose sono pesanti. Lo stipendio non arriva da mesi. La cassa integrazione di aprile? 401 euro netti, non l’80% promesso dalla televisione, ma una quota fissa su cui, incredibilmente, hanno pure applicato 119 euro di tasse. Roberto, insieme ai colleghi, decide di affrontare il datore di lavoro. Passa una notte insonne a prepararsi mentalmente a ogni possibile obiezione. La mattina si presentano tutti e tre, nervosi e determinati. E nel giro di 30 secondi il capo li gela: “Sì, avete ragione.” Roberto resta pietrificato. “Io dentro il mio cervello pensavo: ma l’ha detto veramente?” Alessandro commenta con il cinismo di chi conosce il mondo: “Mi fa ridere: se non ci andavate a parlare, vi continuava a pagare così.” Poi aggiunge, perentorio: “Fai lavorare Luisa come avvocato, che guadagnerà un fracco di soldi, e tu cercati un altro lavoro. Porca puttana.”
Caterina, intanto, si ammala. Febbre alta, vomito nel letto alle prime ore del mattino. La pediatra diagnostica il classico virus da 24 ore. Ma le 24 ore passano e la febbre torna. Luisa propone un’urinocultura — come aveva suggerito la specialista di Cetraro durante un precedente ricovero — ma la pediatra liquida l’idea quasi ridendole in faccia. Tre giorni dopo, i risultati confermano quello che Luisa sospettava: un’infezione. La stessa pediatra che aveva montato un caso covid la volta precedente, stavolta aveva minimizzato il problema. “Fortuna che non ho chiamato io,” sibila Roberto, “perché sarebbe finita in maniera altro che offesa.” Con l’antibiotico, per fortuna, la febbre cede.
Sul fronte delle compravendite improbabili, Alessandro mette in vendita su eBay un modellino in plastica di un Viper di Battlestar Galactica, comprato anni prima in un momento di nostalgia seriale e mai costruito. Lo piazza a 50 euro, con spedizione internazionale a 60 euro — cifra scritta per errore. Uno spagnolo lo compra senza battere ciglio. Sul conto PayPal di Alessandro atterrano 120 euro. “La madonna,” esclama, “mi sono tratti dei soldi così veramente senza fare nulla.”
A fine mese, Roberto confessa agli amici le difficoltà nel tentativo di avere un secondo figlio. Il desiderio è forte — lui e Luisa vogliono dare a Caterina un fratellino o una sorellina, quel legame che vedono tra i loro amici e i rispettivi fratelli. Ma le circostanze remano contro: quando Caterina finalmente si addormenta e il momento sarebbe propizio, Roberto è una “mummia”. Si addormenta ovunque, in piedi come i cavalli, sul divano mentre gioca con la bambina che deve scuoterlo per svegliarlo. “Il Sandrino blackout è una cosa per dilettanti,” dichiara. “Io penso di soffrire di narcolessia.” L’unico momento della giornata in cui si sente energico è dopo pranzo, specialmente la domenica pomeriggio. Ma a quell’ora Caterina vuole giocare. “Cercheremo di provarci di nuovo questo fine settimana,” dice con la rassegnazione di un soldato che torna in trincea. “Sperando che le cose ci vengano un po’ incontro.”
C’è poi il tema delle surroghe e dei mutui, che Alessandro solleva con la sua consueta foga divulgativa. Ha appena incontrato Silvia, consigliata da Rocco, in banca per discutere una surroga: dal 2% di tasso passerebbe all’1,05%, risparmiando 90 euro al mese. “Sono 30.000 euro in meno sull’intero mutuo!” proclama. Roberto, che ha il mutuo con Intesa San Paolo, non ci ha mai pensato. Alessandro lo malmena verbalmente: “Ma vi volete abbassare quella rata? Adesso è un momento storico, i tassi così bassi non ci saranno mai più.” Roberto ammette candidamente: “Probabilmente hai ragione, un po’ coglioncelli, con altri pensieri per la testa. Stasera ne parlo con Luisa. Nel weekend, visto che tanto non tromberemo, ci mettiamo a sondare un po’ le cose.”
Ed è proprio Silvia a occupare i pensieri più delicati del mese. Rocco esce allo scoperto: sta frequentando Silvia, è andato con lei al lago di Trevignano per una giornata e le cose vanno bene. Alessandro lo benedice senza esitazioni: “Qualsiasi cosa tu faccia, io mai e poi mai ti giudicherò. Sono contento che vai avanti.” Ma Roberto sceglie un percorso più complesso e coraggioso. Ci pensa a lungo, seduto sulla tazza del cesso in uno dei suoi momenti di meditazione mattutina, prima di mandare un messaggio che sa potrebbe ferire. “Se non te lo mandassi vorrebbe dire che non ti voglio bene.”
Roberto racconta di quando Alessandro si era lasciato con Robertina e Veronica era entrata nella sua vita: “Io ho avuto un po’ di difficoltà ad accettare Veronica. Non per astio, ma perché forse non ero pronto.” Poi col tempo ha compreso, e oggi per lui Veronica è la persona migliore per Alessandro. Il messaggio a Rocco è questo: non pretendere che tutti comprendano subito, non prendere a pesci in faccia chi magari non è ancora pronto, perché la sincerità di chi ti dice “non ce la faccio ancora” vale più del silenzio di chi finge che vada tutto bene. Alessandro conferma: “Mica m’offendi. C’è ancora gente che dopo cinque anni ha un atteggiamento freddo nei confronti di Veronica.” E aggiunge di aver parlato con Silvia stessa, consigliandole di tenere un profilo basso e non farsi troppe aspettative sul gruppo di amici, che è “molto introverso e difficilmente accetta nuovi inserimenti, specialmente femminili.”
Rocco risponde con una fermezza gentile: “Soltanto io so che cosa ho passato e che cosa voleva Margherita. Se qualcuno non è pronto, che non me lo faccia capire in nessun modo e si risolvano da soli le loro cose.” Ma la conversazione resta aperta, sospesa tra il rispetto per il dolore passato e la necessità di andare avanti.
Il mese si chiude con Roberto che combatte una guerra su due fronti: l’allergia primaverile, scatenata dagli incendi che divorano la montagna sopra casa sua e la ricoprono di cenere e fuligine, e gli antistaminici che lo trasformano in uno zombie. “Sono un morto che cammina,” dichiara. “Ho sonno anche adesso che sto guidando.” Rocco, che evidentemente ha le energie di un ventenne, annuncia una mini-vacanza di tre giorni a Positano con Silvia, albergo con terrazza sul mare e Jacuzzi. “A me serve un po’ di relax.” Alessandro, intanto, è alla prese con gli ultimi preparativi per il trasloco nella casa nuova, previsto per il 19 luglio. La casa è calda, specialmente il secondo piano sotto il tetto, e i soldi per il condizionatore non ci sono. “Mi sa che quest’anno dovrò boccheggiare. Mi compro un ventilatorino della Xiaomi.”
Roberto, con la vista che crolla da vicino al punto di dover allontanare i fogli come suo padre, con la narcolessia che lo coglie in piedi, con gli antistaminici che lo stordiscono, trova comunque la forza di offrire ad Alessandro il suo pinguino Olympia Splendid. “Tanto io ce l’ho a casa e dovrei portarlo a studio, ma quest’anno me ne vado in Sardegna.” Un gesto piccolo, concreto. Come tutto quello che tiene insieme questi tre, mese dopo mese: non i grandi discorsi, ma le offerte silenziose, i consigli non richiesti su motori e aspirapolvere, le partite a carte giocate sulla tazza del cesso alle 7:00 del mattino, e la certezza che dall’altra parte dello schermo c’è sempre qualcuno disposto ad ascoltare.