Febbraio 2020: l’ultimo mese prima della tempesta

Mila che decide di inaugurare il mese con un vomitino scenografico nel letto, alle 5:30 del mattino, per colpa del catarro. Alessandro si ritrova in piedi, assonnato, a cambiare lenzuola e lavare la bambina mentre Veronica lo affianca nel balletto ormai rodato dei genitori-soldato. Quando tutto è finito, alle 6:30, il sonno non torna più. E allora tanto vale uscire: Alessandro si incammina verso il bar Kairos, il nuovo locale che ha rilevato il vecchio bar Rosati, quello vicino alla casa nuova. Il giudizio è immediato e senza appello. “Più bello, più figo, e soprattutto le ragazze non stanno incazzate dalla mattina alla sera come la cinese e l’altra dell’altro bar.” Il trasloco emotivo dal vecchio al nuovo bar è già cosa fatta, prima ancora di quello fisico nella casa nuova.

Roberto risponde nel primo pomeriggio, con il tono di chi conosce bene il campo di battaglia. “Ti sono vicino, Sandrino,” dice, e racconta di Luisa, che possiede un’avversione ancestrale per il vomito: se vede qualcuno rimettere — chiunque, compresa la propria figlia — parte a catena anche lei. “Praticamente vomita Caterina, vomita Luisa, rimango solo io a non vomitare.” Un domino di fluidi corporei in cui Roberto è l’ultimo bastione rimasto in piedi.

Qualche giorno dopo Roberto annuncia il suo ingresso trionfale in palestra, ma il destino gli oppone subito un muro di antibiotici, febbre e catarro. “Penso che non inizio stasera,” ammette, con la rassegnazione di chi sa che il corpo ha altri piani. Intanto, in un angolo nerd della conversazione, Alessandro ha lanciato un guanto di sfida postando i giochi a cui si dedica la mattina presto, e Roberto raccoglie con la promessa di fare altrettanto — “se non sono morto, ovviamente.”

Ma la vera confessione tecnologica del periodo è di Rokko, che si presenta con un nuovo acquisto al polso: il Fossil Sport, smartwatch da 250 euro pagato 99 in offerta di San Valentino. Il discorsetto giustificativo è una lezione magistrale di auto-assoluzione nerd. Wear OS, NFC, Google Pay, batteria sulle 30 ore. “Me lo volevo dare come sfizio perché ero depresso ieri sera e non sapevo che fare. Meno male che ho speso solo 99 euro e non ne ho spesi 1.500.” La logica è impeccabile: la depressione si cura con l’acquisto compulsivo, purché contenuto sotto i tre zeri.

Roberto finalmente riesce a varcare la soglia della palestra. La descrizione del primo giorno è un bollettino di guerra: venti minuti di corsa, riattivazione muscolare, esercizi vari, e la mattina dopo si sente come se un carro armato gli fosse passato sopra, avesse fatto retromarcia e ci fosse ripassato un’altra volta. Ma ci va, ci torna, e inizia a costruire una routine. Che però ben presto svela la sua vera natura: “Una palla assurda, raga, la palestra è veramente un dito al culo.” Roberto è tarato sulle lezioni di indoor cycling, dove sputava sangue e sudore e usciva rinato. La pesistica gli rotola le palle. Alla fine capitola e si limita a cyclette, bicicletta ed ellittica, consapevole che a quasi 45 anni non è e non sarà mai un animale da palestra.

Sempre Roberto, in uno dei suoi monologhi mattutini più sentiti, apre il cuore sulla situazione di Caterina e il cibo. La bambina è seguita da tre specialisti — psicologa, psicoterapeuta, logopedista — e la spesa è significativa, 50-60 euro a seduta. “Non è che possiamo dire ‘non ho i soldi, non la affronto’. Stiamo parlando di nostra figlia.” Il paradosso è che i risultati migliori li sta dando la logopedista, che apparentemente c’entra poco con il problema alimentare, e che però chiede più sedute settimanali per lavorare bene. Il dilemma è lacerante: tagliare la psicologa per raddoppiare la logopedista? E se fosse la scelta sbagliata? “Non lo sappiamo,” ripete, e in quelle due parole c’è tutto il peso di un genitore che naviga a vista nel buio. Rocco, con la competenza dello psicologo e la dolcezza dell’amico, consiglia di confrontarsi con lo specialista che ha il quadro generale, e ricorda che per i figli si fanno i sacrifici. “Rinuncio a altre cose in nome di altro. E uno fa i sacrifici, ma per i figli è bello fare i sacrifici.”

Alessandro, intanto, sta combattendo su un altro fronte: la ristrutturazione della casa nuova. I lavori procedono bene, ma il conto corrente sanguina. Un altro prestito da 10.000 euro alla banca, che si somma al mutuo, alla rata dell’asilo di Mila, alle bollette. “Praticamente il mio stipendio se ne va a bollette e rate. Fortuna che Veronica lavora, se no non saprei manco dove mettere mano.” La previsione ottimistica è di trasferirsi per fine marzo, inizio aprile. Nel frattempo, si moltiplicano le visite al cantiere, i caffè presi di fretta, le corse tra un impegno e l’altro.

Roberto, nel frattempo, ha scoperto l’ebbrezza dell’Amazon Fire Stick a rate: 24,99 euro in 5 rate da 5 euro al mese, interessi zero. “Guardate, è stata una cosa fantastica,” esulta, con l’entusiasmo di chi ha scoperto una falla nel sistema capitalista. Immediatamente si mette a cercare se la rateizzazione funziona anche su schede video da 1.000 euro e processori da 500. No, purtroppo funziona solo sui prodotti Amazon. Ma il seme è piantato. E quando Alessandro scopre che il collega Mattia ha la rateizzazione attivata su TUTTI i prodotti venduti e spediti da Amazon, la rosicata è monumentale. “Ho rosicato come un porco maiale all’ennesima potenza.” La visione utopica è chiara: un giorno, in un futuro luminoso, una scheda video da 700 euro non sarà più 700 euro, ma una rata mensile digeribile. Per ora, però, “non riuscirei a pagarmi neanche 200 euro di scheda video.”

Roberto, al completamento epico delle 219 ore di Assassin’s Creed Odyssey, stende un verdetto che è insieme un elogio funebre e un atto d’accusa. Il gioco era iniziato alla grande, con una storia ricca di colpi di scena, ma il finale è stato “di una talmente blando e moscio da farlo sembrare quasi insulso.” Rispetto a Origins, che aveva un’epicità crescente fino all’ultimo, Odyssey “muore miseramente nel finale.” Ci sarebbero ancora i DLC, altre 50 ore almeno, ma dopo 219 ore spalmate su più di un anno — da gennaio 2019 a febbraio 2020 — Roberto è stremato. “Non ho più la forza mentale. Devo cambiare genere. Devo fare tutt’altro.” Alessandro, dal canto suo, sta macinando Red Dead Redemption 2, ma anche lui dopo 60 ore inizia ad ammosciarsi e si limita alle sole missioni principali. E poi c’è il Baldur’s Gate 3, di cui entrambi hanno visto i filmati di gameplay: grafica impressionante nei dialoghi in primo piano, combattimento a turni, ambiente distruttibile. Ma l’Early Access è lontana e la versione finale chissà quando. “Mi sa 2022,” azzarda Alessandro. Nel frattempo, si consola con Dead Cells, roguelike a scorrimento che non pensava gli sarebbe piaciuto e che invece gli dà grandi soddisfazioni quotidiane.

Ma Rocco porta con sé anche il peso di una storia che non si chiude mai del tutto. A fine mese racconta di essere stato dal notaio: il giudice ha finalmente deliberato sulle pratiche per i bambini. Per 2.700 euro, in una mattinata, il notaio farà tutti i passaggi necessari. Potrebbe farlo in tribunale per 800 euro in meno, ma ci vorrebbe un mese e mezzo. “Soldi benedetti,” dice Rocco, “perché liberamme di sta cosa.” Con quei passaggi, potrà aprire un libretto ai figli, mettergli i soldi, sapere che a 18 anni avranno una base economica di 18-20.000 euro a testa. “Qualunque cosa succeda a me, loro avranno qualcosa.” E poi, mentre tornava a casa in macchina, si è messo a piangere. Perché ogni passo avanti gli ricorda che Margherita non c’è più. “I bambini mi chiedono ogni tanto: papà, perché mamma non torna a casa?” Leonardo, qualche giorno prima, ha fatto la domanda successiva: “Papà, ma no, non è che mamma è morta? Non è che non torna più a casa?” Un bambino che cerca di elaborare l’inaccettabile, che fa il passaggio logico che nemmeno il padre riesce a completare.

Rocco, a Carnevale, racconta delle sfilate dei figli: Leonardo vestito da Thor con tanto di parrucca che poi si è rifiutato di tenere — “Papà, la parrucca no, ti prego” — e Lavinia vestita da Elsa, “molto carina anche lei.” Da Roberto arriva un racconto speculare: anche Caterina ha il costume di Elsa, con la parrucca biondo platino appesa in cameretta che “sembra un topo morto” e gli fa impressione ogni volta che apre l’armadio. Ma i nonni, nel frattempo, hanno anche comprato un costume da principessa Sofia, e c’è pure il cappuccetto rosso dell’anno scorso. La speranza segreta di Roberto? “Io mi volevo vestire da Sven, la renna.” Rocco lo appoggia immediatamente: “Travestirsi da Sven sarebbe anche il mio sogno.”

La congiuntivite di Roberto diventa l’epopea sanitaria del mese. Inizia con il medico che gli prescrive una pomata — “una pomata per la congiuntivite, ma quando mai?” — da spalmare sulla palpebra e intorno all’occhio. Risultato: zero. L’occhio resta rosso, gonfio, purulento. Roberto, che ha una fobia patologica per tutto ciò che riguarda gli occhi, si fa schifo da solo quando si guarda allo specchio. Al pronto soccorso, un medico gli infila un cotton fioc sotto la palpebra per tenerla su e guardarci dentro. Roberto inizia a sudare freddo, gli viene la nausea, deve chiedere una pausa perché sta per collassare. Quando esce, il trauma è talmente profondo che a casa ha conati di vomito. “Non perché dovessi vomitare, ma perché mi ha fatto talmente impressione che mi ha toccato lo stomaco.” La diagnosi è congiuntivite severa con infiammazione dei canali interni. Seguono collirio quattro volte al giorno, antinfiammatorio, e la scena esilarante al lavoro quando un collega deve mettergli le gocce nell’occhio e Roberto non riesce a tenerlo aperto per la fifa. Poi la visita privata dall’oculista, 100 euro, che prescrive un’altra cura di un mese tra collirio e lacrime artificiali. “L’unica soluzione ormai è l’occhio bionico,” commenta Alessandro con la compassione pragmatica di chi ha già metabolizzato il dramma.

Rocco, intanto, si destreggia tra trasferte professionali e udienze in tribunale. Parte per Pisa, si vede Brightburn sul treno dell’andata — “carino ma niente di che” — e al ritorno ascolta l’audiolibro di China Miéville, “La fine di tutte le cose.” In tribunale, la sua deposizione è un piccolo capolavoro. L’avvocato di parte gli fa 26 domande, il PM cerca di metterlo in difficoltà con domande insidiose, lui resta tranquillo e risponde con precisione chirurgica. Il PM si irrita: “Dottore, lei mi deve rispondere!” Il giudice lo difende. E l’avvocato di controparte, dopo l’udienza, lo avvicina al bar per offrirgli il caffè e chiedergli se può contattarlo in futuro: “Il suo stile mi è piaciuto veramente tanto, avevo paura che qualunque domanda le avessi fatto, lei l’avrebbe rigirata come un punto a favore dell’accusa.” Rocco se ne torna con un nuovo potenziale cliente e un baccalà alla livornese da leccarsi i baffi, gustato in una taverna pisana.

A Velletri, intanto, il piccolo Leonardo colleziona pagelle eccellenti, e Roberto si commuove per un dettaglio: il bambino si autolimita in classe per non far sfigurare i compagni. “Fa capire quanto è avanti di testa,” commenta, e poi il pensiero scivola inevitabilmente verso Caterina e la prima pagella che verrà, che sembra ancora così lontana.

Roberto, in una parentesi da cinefilo, scopre Hunters su Amazon Prime — cacciatori di nazisti nell’America del 1977, “un grande incrocio tra Schindler’s List e un fumettone americano” — e si innamora già dalla sigla. Consiglia anche Mission Impossible Fallout, che definisce senza mezzi termini “capolavoro, il miglior Mission Impossible della nuova generazione.” Alessandro risponde con Locke & Key su Netflix, serie fantasy adolescenziale sulle chiavi magiche dai poteri “alternativi molto interessanti.”

Verso fine mese, il coronavirus irrompe nella quotidianità come un ospite non invitato. Roberto conduce un esperimento antropologico: entra al bar la mattina e cronometra quanto ci mette a sentire qualcuno parlare del virus. Risultato: è il primo argomento di conversazione, ovunque, sempre. Al lavoro arrivano mail di clienti che chiedono il Made In delle scarpe, terrorizzati dal Made in China. “Ecco a che punto è l’intelletto umano,” commenta. In palestra, nota che il parcheggio è stranamente vuoto — il negozio di cinesi al piano di sotto ha perso tutta la clientela. Alessandro, sul treno per Roma, vede mascherine dappertutto. Il tono è ancora ironico, ancora leggero, ma Veronica è già andata a fare scorte di latte e pannolini. “Nel caso mettono in quarantena un paese o una città.” Nessuno dei tre sa che mancano meno di due settimane alla fine del mondo che conoscono.

A fine mese, Caterina regala al padre l’ennesima notte epica: il vomito d’anticristo. “Tutto ragazzi, tutto: il letto, la culletta, il muro, il mobile, il televisore, il telecomando, il telecomando del condizionatore, tutto.” Roberto, con la precisione di un cronista di guerra, racconta ogni dettaglio: Caterina che chiede il lattuccio a mezzanotte, i genitori che cedono, i 180 ml bevuti d’un fiato, i cinque secondi di silenzio prima della detonazione. Poi l’esplosione: Caterina in braccio al padre che “fa lo spruzzo d’anticristo” annaffiando petto, comodino, muro, telecomandi. Il vomito si infiltra nelle fessure dei cassetti e cola sulle magliette di Roberto. Luisa urla istruzioni dal bagno. E Caterina? Caterina ride. “Ho fatto un macello, ho vomitato tutto,” dice allegramente, mentre i genitori raccolgono i resti della battaglia. Alla fine, pulito tutto, rimessa a letto, la prima richiesta di Caterina è: “Voglio il lattuccio.” Le danno dei cracker. E finalmente, verso le 3:30, cala il silenzio. “Però i figli sono questi,” conclude Roberto. “Anche solo raccontarlo, mi viene da ridere.”