Settembre si apre con tutti e tre nello stesso comune per la prima volta da mesi. Rocco è a Velletri con i bambini, Roberto è salito dalla Calabria, Sandrino è al lavoro ma “filosoficamente siamo nella stessa città.” Si organizza una cena — da Lamberto, anche se non fa le pizze, — e c’è pure Meconzino. Rocco valuta se portare Leonardo e Lavinia: “Farebbe piacere anche a loro rivedervi.” Sandrino prenota per mercoledì. Le cose da Margherita sono “sempre uguali,” dice Rocco, un pochino di febbre a 37,4 che però è già passata nel pomeriggio, e piccoli miglioramenti che si vedono — certo, sono piccoli piccoli. Lei si è già messa l’anima in pace: non ci sarà per il primo giorno di scuola di Leonardo, il 16. Rocco tiene un filo di speranza, poi si corregge: “L’importante è accompagnarlo il giorno che si sposa e che si laurea, no? Non il primo giorno delle elementari.”
Dalla colonscopia erano arrivate due versioni contrastanti. L’altra dottoressa aveva detto a Margherita che l’intestino era cicatrizzato e calcificato — fermo, come un bypass gastrico: non assimilerà più normalmente, dovrà fare punture di integratori due volte l’anno, ma in compenso non ingrasserà mai più. Margherita era quasi contenta: “Quindi non dovrò mai più stare a dieta?” Il dottor Blandino, però, smentisce: “No, assolutamente no. L’intestino è semplicemente rallentato. Le mucose ci stanno, i vasi ci stanno, niente ulcere. Passerà col tempo.” La cosa che colpisce Rocco non è la diagnosi in sé, ma un dettaglio: il dottore gli dice che purtroppo con questi valori non può farla uscire nei prossimi giorni. Rocco non gli aveva chiesto nulla sulle dimissioni — ma il fatto che Blandino ci stesse pensando, che nella sua testa stesse valutando l’ipotesi di mandarla a casa, è il segnale che cercava. “Il fatto che lui abbia fretta vuol dire che non valuta nella testa l’idea che Margherita non esce.” E sono 99 giorni di ricovero. Il famoso centesimo è domani.
Poi arriva il giorno del colloquio. La dottoressa e il dottor Blandino convocano Rocco e il padre di Margherita per parlare. Non Margherita — loro. Le notizie non sono buone. L’intestino è fermo come un tubo che non assimila quasi niente, e non sanno se si riprenderà. Il midollo, nonostante il trapianto sia andato benissimo, non riesce a produrre quello che dovrebbe perché l’intestino infiammato glielo impedisce: pochissimi globuli bianchi, pochissime piastrine. In più un’infezione batterica presa in ospedale — la Klebsiella, il batterio più comune degli ambienti ospedalieri. La dottoressa dice una frase che si pianta nel petto: “Lo so che tante volte le ho detto che la situazione è drammatica, ma Margherita ce l’ha sempre fatta. Questa volta noi vediamo più difficile una via d’uscita.” Gli hanno chiesto cosa vorrebbero fare in caso di rianimazione. Poi hanno aggiunto: “Tranne il miracolo.” E Rocco, con una lucidità che fa male, ci si aggrappa: “Questo a me mi ha molto rincorato, perché mi hanno ricordato che una via d’uscita alla fine c’è sempre.”
Non ha detto niente a Margherita. “Non credo serva a lei sapere la sua situazione com’è. Lei fa il suo percorso. Questo peso me lo tengo io.” Aveva pensato di dirlo agli amici il pomeriggio prima, quando erano tutti a Velletri, ma non se l’è sentita: “Non mi andava di accollarvi sto peso mentre ce ne avevate insieme.” Si muove per un secondo consulto — porta la relazione al centro di Tor Vergata e al Santo Eugenio, che è considerato il miglior centro di ematologia oncologica di Roma. E intanto, in mezzo a tutto questo, il corpo di Margherita fa una cosa strana e bella: la pelle intera, dalla punta dei piedi alla punta delle orecchie, si rinnova. Cascano pezzettini di pelle vecchia, esce pelle nuova, liscissima, bianchissima. La diarrea, che secondo i dottori sarebbe rimasta uguale, crolla da 1,2 litri a 400, poi a 200. “Io non so bene come interpretare questi segni.”
Roberto, che è appena ripartito per la Calabria senza essere riuscito ad abbracciare Rocco, manda un messaggio con Caterina accanto: “Lo mandi un messaggio a zio Rocco e a zia Margherita? Non glielo mandi? E allora glielo manda papà.” Promette una scappata in solitaria a ottobre. Poi, quando sente i messaggi di Rocco sulla situazione medica, fa qualcosa di raro: tace. Non parte a rota libera come al Bambin Gesù. Dice solo: “È un po’ difficile rispondere dopo determinate cose. Ma questo non vuol dire che non ci devi riempire di messaggi. Ci devi riempire come e quando vuoi.”
Verso la fine del mese, Rocco racconta che ogni giorno è un po’ peggio. Non la situazione medica — lui. “Veramente ogni giorno è più difficile, ogni giorno sono un po’ più triste.” Ha sospeso il lavoro a tempo indeterminato: “Mi hanno contattato per fare delle lezioni la settimana prossima. Ho detto no.” Sta facendo giri dal notaio, perché senza testamento di Margherita, gli eredi sono lui, Leonardo e Lavinia — e con figli minorenni serve un giudice tutelare che autorizzi ogni decisione sui loro soldi fino ai 18 anni. “Se Leo a 15 anni dice papà ci voglio comprare il motorino, io dovrei chiedere al giudice tutelare. Questa è una cosa che non tollero e non permetterò.” Si è sempre detto con Margherita: se succede qualcosa, l’altro prende tutto e gestisce. Ma senza un testamento scritto, la legge non lo consente. Il notaio gli suggerisce di cercarlo: “A volte si trovano dopo qualche giorno.” Rocco ci si mette, con una pena infinita. Nel frattempo, coi bambini fa quello che può: Leonardo ha capito, Lavinia no. “Qualunque cosa le dica, lei ha questa risposta: no, mamma sta all’ospedale.” Poi aggiunge: “Però ce la fa. Finché i bambini sono sereni e mi coccolano e gioco con loro, va bene.”
L’atmosfera è tale che anche i momenti leggeri del mese portano un retrogusto diverso. Roberto racconta l’asilo materno di Guardia — 26 bambini in un locale bollente con 2 sole maestre “abbastanza grandchallenge” che non portano i bimbi ai giochi in cortile perché non ce la fanno a sorvegliarli da sole. “Entri a un luogo dove fa 40 gradi, poi esci e poi rientri a 40 gradi. Si ammaleranno tutti come al lazzaretto.” L’alternativa sarebbe Paola, dove la struttura è diversa, ma il viaggio quotidiano sta facendo uscire di testa i cugini di Luisa che hanno fatto quella scelta. “Così si vive in un paesino calabro quando la realtà è piccolina.” Di buono c’è che Caterina ci va volentieri — ha ritrovato i compagnetti del nido e i cugini più grandi, e dopo la prima settimana di pianti è contenta. Roberto la accompagna un mattino, va a verificare di persona, e sentenzia: “La struttura non è neanche malvagia. Solo che appena entri dentro è l’inferno. Avevo il giacchino, me lo sono spogliato subito.”

Dopo aver lasciato Caterina, Roberto fa colazione al bar Il Borghetto e per un nanosecondo respira quasi aria di casa: “Con tutte le mamme che facevano colazione lì, sembrava quasi di stare in un mini mini mini mini Barcello.” Poi, in un altro messaggio, confessa una riflessione mattutina che sembra uscita da un altro uomo rispetto al custode furioso degli autoscontri: “Mi sono goduto l’accompagnare Caterina all’asilo. Avrei voluto anche riportarla a casa. A volte dico che servirebbe questo nella vita, non stare chiusi in un posto a fare tutt’altro. Stai sprecando la tua vita dietro cose che non servono assolutamente a nulla — chiudere pacchi. In realtà serve, perché mi permette di dare un futuro a Caterina. Però ti perdi tutto il resto.” Pausa. “Sarò crudo, Rocco, però alla vita non importa nulla se approfitti o perdi tempo. Il conto te lo presenta in un modo o nell’altro.”
Il grande dibattito nerd del mese riguarda Volkswagen e la ID.3 elettrica presentata in quei giorni. Roberto è favorevolissimo alle auto elettriche “ma siamo ancora in una fase in cui per avere un’autonomia decente devo comprare una Golf da 40.000 euro, non ci siamo.” La versione da 300 km costa 30.000 euro, quella da 500 km supera i 40.000. In Trentino con incentivi e rottamazione la porti a casa a 18.000, “il problema è che io non abito in Trentino.” Poi lancia un allarme che nessuno solleva: queste macchinette pesano molto più delle termiche, hanno 150-200 cavalli con coppia istantanea, fanno 0-100 sotto i 7 secondi — “cosa che neanche una Giulia Quadrifoglio da 55.000 euro può fare” — e tra qualche anno ci ritroveremo missili pesanti in strada, soprattutto i SUV elettrici. “Molto grossi, molto pesanti, molto veloci. E possibili di molti danni in caso di incidente.”
Sandrino compra un orologio misterioso — “ma di quale orologio si tratta? È una sorpresa, dovrei indovinarlo, aperto il trotto scommesse” — e scopre che il suo Omega su Chrono24 ha perso il 20% del valore in 3 anni, confermando la sua teoria secondo cui gli orologi sono un pessimo investimento sotto i 20.000 euro. Roberto, nel frattempo, scopre che un Seamaster pesa pochissimo rispetto alla Mi Band: “In proporzione, considerando cosa c’è dentro il Seamaster e cosa c’è dentro la Mi Band, pesa di più la Mi Band.” Poi ammette: “Fermo restando che non ho la più pallida idea di cosa ci sia dentro il Seamaster.”
Il download di The Boys su Amazon Prime si rivela un disastro tecnico: 8 episodi in 50-60 MB ciascuno, una qualità video con “una sorta di patina punteggiata davanti, come un film grain che maschera gli artefatti ma rende il tutto sfocato.” Dopo 5 minuti Roberto non riesce a leggere le scritte sulle pareti: “No, stiamo pazzi, non me la posso vedere così.” Rocco invece finisce The Boys e approva: “Bella serie, si discosta molto dal fumetto. Il lasciato finale mi ha fatto dire: volevo altre dieci puntate.” Poi attacca Good Omens — “serie molto elegante, molto divertente, nello stile di Pratchett e Gaiman” — e Marianne su Netflix.
C’è l’epopea della Cino Giappo, la barista giapponese-coreana di un bar a Velletri che Sandrino professa da tempo come meraviglia estetica ma che Roberto non è mai riuscito a vedere: “Custode porta a vedere la Cino Giappo, custode porta a vedere la Cino Giappo. Guarda caso ogni volta non c’era. Cosa devo pensare, Sandrino? Mi hai gabbato?” Sandrino si difende: “È sfortunata, il sabato e la domenica non lavora. Stamattina Rocco la vedrà in tutta la sua magnificenza, ma anche financo un po’ di ignoranza perché è un po’ zappastra.” Roberto contrattacca: “Pure io posso dire che a Guardia ha aperto un baretto con una giappo coreana, la fine del mondo. Ah, non la vedete voi? Io sì, ci vado tutte le mattine.” Custode si siede al bar, ordina un caffè macchiato, e Rino — il barista — gli offre il bicchierino d’acqua senza che nessuno glielo chiedesse. Si apre il dibattito sul bicchiere d’acqua al bar: una barista napoletana aveva una volta sgridato Roberto e il suo collega Ivan per aver rifiutato l’acqua prima del caffè — “per apprezzare meglio il caffè e proteggere lo stomaco.” Sandrino chiude: “È una stronzata. Il caffè me lo devo assaggiare con la bocca mia che sa di zozzo.”
L’ultimo giorno del mese, un boom sonico scuote la zona di Scalea — vetri che tremano, un’esplosione secca sentita in tutti gli uffici del GM. Le news parlano di un caccia a bassa quota che ha superato la velocità del suono. Roberto ha la sua teoria: “Sono convinto che abbiano testato qualche arma misteriosa o un presunto attacco alieno.” Roberto medita anche di ricominciare indoor cycling a Cetraro per togliersi la pancia, poi si corregge immediatamente: “Vi farò sapere, ma prevedo già che non penso che ci andrò.” E alle 18:36 prende cornetto vuoto e cappuccino dichiarando “buongiorno anche da me.”