Luglio si apre con una notizia che suona come musica: Margherita ha ricominciato a mangiare. Mezza fetta biscottata con la marmellata — non riconosce ancora il sapore, dolce e salato sono ancora al posto sbagliato, ma non ha vomitato. La dottoressa le ha detto di ricominciare a mangiucchiare, partendo dai cracker, e di fare ginnastica. “Comincio a fare ginnastica vuol dire preparati, perché devi essere pronta quando arrivi a casa a fare le scale e tenere i bambini,” legge Rocco tra le righe, senza dirlo a Margherita. Le hanno anche spostato diverse medicine dalla flebo alle pasticche — attualmente ne prende fra 15 e 16 al giorno — e le hanno abbassato il cortisone. “Forse in due anni abbiamo svangato due delle cose più terribili che possono capitare a una persona,” dice Rocco con la voce che gli trema. È la prima volta che si azzarda a usare il tempo passato.
Rocco torna dall’analista Bob. Il sogno del mese precedente — l’uomo mucca sulla città a L — si è evoluto in un bufalo afgano da cui Bob tira fuori significati che Rocco non aveva colto. “Insieme a lui riusciamo sempre a cogliere cose che da solo non avevo colto.” L’idea è di continuare per un paio di settimane, prima che Bob parta per gli Stati Uniti. La speranza di Rocco è arrabbiarsi: “Spero che il 18 gli possa dare una buona notizia.”
Qualche giorno dopo, il puntato midollare conferma quello che tutti speravano: il midollo è ricresciuto solo quello di Giulio. Il gruppo sanguigno di Margherita è già cambiato — non è più zero positivo, è A positivo come il fratello. Rocco è raggiante, anche se si vieta di festeggiare. “L’arrivo per noi non è il tornare a casa, ma è il guarire. La guarigione la vediamo.”
Ma la graft non è finita. Si è spostata dalle mani all’intestino — 7 metri di superficie, spiega la dottoressa, un territorio enorme da conquistare. La fotoferesi e il cortisone hanno avuto una risposta parziale. La dottoressa, fedele al suo stile terrorifico-poi-rassicurante, pronuncia una frase che gela il sangue: “Le probabilità di sopravvivenza in alcune ricerche sono del 10%.” Poi aggiunge subito: “Ma non siamo a quel punto.” Poi rivela il piano: ha fatto richiesta per un farmaco biologico americano, autorizzato dalla FDA ma non ancora dall’Italia, che agisce a livello molecolare bloccando il meccanismo della graft senza interferire con il resto del sistema immunitario. Perché l’Italia non lo autorizza? Perché costa 1.200 euro a pasticca, 4 al giorno, per 6 mesi — circa 200.000 euro a paziente. Solo 2 centri a Roma possono richiederlo. La dottoressa ha già fatto partire tutto. E poi, con quel suo modo di fare che Rocco ha imparato ad apprezzare, aggiunge: “Comunque, se il farmaco non arriva, io nel mio frigorifero ho già un altro farmaco pronto.” Rocco esce frastornato e va a mangiare un McChicken al McDonald’s, perché a questo punto del percorso i momenti di comfort food sono sacri.
Poi succede la cosa che tutti aspettavano. Un giorno Margherita chiama Rocco ridendo — e lui non la sentiva ridere da tanto. “Ha ricominciato a mangiare e non c’ha mal di pancia. La cacca si sta addensando e puzza,” racconta Rocco con la gioia di chi sta annunciando la nascita di un figlio. “Gli hanno detto che è un ottimo segno. Lei prima di chiamarmi stava in bagno e ballava e rideva e gridava.” La graft si è tolta dall’intestino. Roberto, che riceve il messaggio la mattina dopo seduto sulla tazza del cesso, si commuove e dichiara solennemente: “Da oggi io farò sempre il balletto della cacca in onore a Marghe.” La dottoressa autorizza il cibo da casa: il suocero Alberto prepara una frittata con le zucchine, pizza rossa e pizza bianca. Margherita si emoziona “come una bambina all’idea di rimangiare dopo due mesi i sapori di casa.” E qualche giorno dopo, la frase tanto attesa: la dottoressa dice “siamo sulla via delle dimissioni.” Rocco non ci crede ancora, ma il sorriso si sente nel vocale. La dottoressa spiega anche che Margherita è stata “full donor” fin dalla prima volta — cosa rarissima, il midollo è ricresciuto al 100% del donatore fin dall’inizio. “Dopo i primi 100 giorni,” promette la dottoressa, “avrà un sistema immunitario coi controcoglioni. 50 anni di grande serenità.”
In uno dei suoi monologhi più belli, Rocco riflette sul cambiamento che questa esperienza ha portato. “Io mi accorgo che penso in maniera diversa, che vedo il mondo in maniera diversa,” dice. E racconta che con Margherita si immaginano già tra 10 anni, quando Leo e Lavi cominceranno a studiare, a parlare con gli amici, e un giorno diranno: “Ma io ho paura, metti che ti viene il cancro.” E Margherita li potrà guardare e dire: “Non ti preoccupare. Che se ti viene, te passa.” Poi, da psicologo, aggiunge: “L’unica cosa che non devi mai dire è ‘vedrai che col tempo passerà.’ Non è col tempo che passa. È con la comprensione.”
Roberto, nel frattempo, lascia la Calabria per il weekend lungo a Velletri. Subito esplode l’epopea della Mi Band 4. Sandrino, dopo una settimana, ha già deciso che il braccialetto non fa per lui — preferisce il Garmin — e lo vende a Roberto per 30 euro, cinturini inclusi. Roberto ne è felicissimo. “Con questo Mi Band 4 mi sto trovando veramente bene, nonostante non mi serva assolutamente a nulla. Ma è fighissimo tracciare il mio battito cardiaco ogni 3 secondi. Di tutte le funzioni che ha, non ce n’è una che serva a parte fare lo sborone. Però queste frocerie a me mi mandano in estasi.” Non la porta al lavoro perché tra pacchi, scale e spigoli “la distruggerei in due giorni.” E già si chiede se esiste uno smartwatch decente sui 150 euro massimo. Sandrino gli suggerisce l’Amazfit — e Roberto scopre con stupore che è Xiaomi. “Non lo sapevo, ti giuro che non lo sapevo.”
Il colore del cinturino rimane un affare di stato. Roberto vorrebbe il vinaccia, si accontenta del nero, poi ordina un pack da 15 cinturini colorati a 10 euro. Sandrino, con i suoi 18 braccialetti intercambiabili, è il guru indiscusso del settore. Rocco, sempre pragmatico, chiede: “Ma tu che ti stai trillando con qualcun altro, giusto per saperlo?” Perché i trilli tra Mi Band sono diventati il nuovo squilletto del 2000 — totalmente inutili, totalmente irresistibili.
Al lavoro di Roberto in Calabria succede un piccolo terremoto: Mimmo, il collega geniale, l’ammortizzatore universale, l’uomo che da solo gestiva personale, pubblicità, relazioni e stipendi per 7 negozi, ha vinto il concorso all’INPS di Cosenza e se n’è andato. Per sostituirlo ne hanno messi 3, e secondo Roberto “nessuna di queste tre persone è in grado di coprire un terzo di Mimmo.” Ma il vero dolore è personale: l’ultimo giorno, Roberto e Mattia propongono un’ultima colazione insieme. Mimmo risponde che preferisce salutare il barista dell’altro bar. Roberto, gelido: “Se vuoi andare, vacci pure. Io? Proprio zero.” Quando gli chiedono di partecipare al regalo d’addio, è l’unico dei circa 100 dipendenti a rifiutare. “Si attacca al cazzo lui, attaccatevi al cazzo voi.” Sandrino, che Mimmo l’aveva “annusato” fin dal primo incontro, è categorico: “Che pezzo di merda. Ma te rendi conto? Ma tutte le volte che sei andato a pigliallo a casa sua!”
Roberto, sempre in Calabria, racconta la vita quotidiana con quella miscela unica di frustrazione e umorismo. Una sera la macchina si trova bloccata: una Panda parcheggiata esattamente al centro del cancello del condominio. Tutta la palazzina è in rivolta, i condomini sui balconi furiosi. Roberto, con la sua Punto, calcola lo spazio, passa filo a filo tra la Panda e il cancelletto con una manovra che gli vale quasi una standing ovation. Poi escono i due ragazzetti proprietari della Panda, e si scatena l’inferno: “Una rissa vocale allucinante” in dialetto calabrese, “drogati, siete solo dei drogati!” I ragazzi prima chiedono scusa, poi iniziano a insultare a loro volta, infine sgommano via con la Panda. “Io mi sono divertito molto,” conclude Roberto.
Ma la vera scoperta dell’estate di Roberto sono le giostrine. Caterina, portata per curiosità alla piazzetta di Guardia dove ogni sera girano cavallucci e draghetti, la prima sera si abbraccia al papà, intimorita. La seconda sera lo prende per mano e dice: “Andiamo a vedere le giostrine.” La terza sera indica col dito il draghetto che va su e giù. Da quel momento è finita. “Papà, le giostrine mi stanno chiamando,” annuncia una sera camminando mano nella mano con i genitori. Roberto resta basito: “C’ho la figlia che è sensitiva.” Il costo è 1,50 euro a corsa, minimo 2 corse a sera, 3 euro fissi ogni notte — a cui si aggiungono le due colazioni giornaliere e i vari caffè. Il giostrinaro, poi, è un genio del marketing: la prima volta offre “sconto primo giro, 1 euro!” — incassando 2 euro anziché restituire 50 centesimi di resto. “Malfottuto, malfottuto,” ride Roberto. “Zingaro vince sempre.” Alla sera del tappeto elastico sul lungomare, Caterina salta senza fermarsi dalle 20:30 a mezzanotte. Poi, tornando a casa, sente la musica delle giostrine: “Sono aperte, papà, sono aperte!” E a mezzanotte e un quarto, un ultimo giro. A casa, ancora sveglia per la favoletta della Piccola Gruffalotta.
Luglio è anche il mese dei LEGO. Rocco ha comprato il Vecchio Negozio dei Pescatori — lo definisce “veramente magia” — a 175 euro (149 il set più 26 di spedizione), lo trova su eBay a 450 e su Amazon a 250. Purtroppo, portandolo dalla stanza sospesa al piano di sopra, lo rovescia per terra e passa 3 ore a ricostruirlo, “che è ben più difficile che costruire da capo.” Sandrino propone l’affare del mese: il Millennium Falcon LEGO a 642 euro comprando in coppia. Roberto vorrebbe, ma “650 euro adesso non ce li ho. O meglio, ce li ho, ma li dovrei prendere dal conto condiviso di Luisa, che mi chiederebbe: scusa, mancano 650 euro, che ci hai fatto? Eeeh, ci ho comprato il Millennium Falcon della Lego. Potete immaginare che io domani sono sotto un ponte.” Poi fa il calcolo definitivo: “650 euro a 3 euro al giorno di giostrine sono 5 mesi di giostrine ininterrotte.” Rocco, saggio: “Queste non sono cose che vanno comprate. Sono cose che ci devono regalare le moglie. Il trucco sta tutto qua.”
Roberto è anche alle prese con la commercialista che sostiene di non poter chiedere il rimborso dei condizionatori. Il cugino di Luisa che li ha montati ride: “Questa è pazza, lo sto facendo anch’io con un’altra commercialista e si fa tranquillamente.” Sandrino conferma: “Lo faccio da solo sul 730, sul sito dell’Agenzia delle Entrate è proprio una cazzata.” La saga del rimborso si trascina per settimane, con la certezza crescente che cambieranno commercialista.
A fine mese Roberto sale a Velletri con Luisa e Caterina per la visita al Bambin Gesù, e ne nasce un’odissea kafkiana. Il cognome della bambina — De Cerreto — è stato scritto sbagliato fin dalla prima registrazione: De Ceretto. Una T al posto di una R. L’errore era stato segnalato la prima volta, il collega aveva assicurato che avrebbe corretto. Non lo ha fatto. La seconda visita, stessa storia: “Qui è ancora scritto De Ceretto.” Le infermiere: “Ma perché non l’avete fatto notare subito?” Luisa, gelida: “L’abbiamo fatto. Il vostro collega ci ha detto che correggeva lui.” Rifanno la registrazione. Terza visita, il cognome è ancora sbagliato. Ma il colpo di grazia è un altro: la dottoressa che doveva dare i risultati degli esami è in ferie. Roberto scopre che l’appuntamento — fissato personalmente dalla dottoressa stessa — è stato dimenticato. L’infermiera pronuncia la frase che lo fa detonare: “Probabilmente non vi siete capiti.” Roberto esplode in una sfuriata nel corridoio del Bambin Gesù, “davanti a mamme e bambini,” gridando che è venuto dalla Calabria e non accetta di essere preso per il culo. La dottoressa chiama alle 18:15 scusandosi. Luisa litiga con Roberto per la scenata. “Forse anche per questo Caterina ha il carattere che ha,” ammette lui. Sandrino, solidale: “Hai fatto bene a incazzarti. E sti cavoli della deontologia.” Poi spiega il meccanismo: “Per codice deontologico nessun medico dirà mai ‘il collega ha sbagliato.’ Ti dirà ‘forse non vi siete capiti bene.’ Possono essere segnalati e sospesi dall’albo.” La buona notizia è che Caterina non ha intolleranze né carenze: è sana come un pesce. Il problema dell’alimentazione è “di cervello,” e ci dovranno lavorare.

A proposito di Caterina e cibo: dopo la scenata, la sera stessa, Roberto la porta alle giostrine come premio perché ha bevuto il latte. Ha anche giocato con gli spaghettini a tavola — senza mangiarne uno, ma ha mangiato un pezzettino di pizza bianca. “La cosa ci ha fatto comunque piacere. È comunque un inizio.”
Luglio si chiude con Rocco che, iscritto al concorso per dirigente psicologo nell’ASL, si trova anche a riflettere sulla fine del suo percorso di formazione in psicologia giuridica — l’ultima lezione è una simulata tra consulente d’ufficio e consulenti di parte, “dalle 9 alle 5, un po’ stancante” — e sta iniziando a lavorare sulle nuove linee guida sull’ascolto del minore in ambito peritale, di cui sarà tra i firmatari. “È un lavoro scientifico, non te paga nessuno, ma va benissimo anche così.”
L’ultimo giorno del mese, Roberto si rende conto di aver dimenticato il compleanno di Mec. “Guardando sul calendario di Google — perché io a 44 anni non so ancora quali mesi hanno 31 giorni — mi è venuto un flash assurdo.” Ma ormai è il 31, e ieri era il 30. Parte la telefonata di scuse.