Marzo 2019: neutrofili, spoiler e la mela che non cade lontano dall’albero

Una Tesla Model S grigia metallizzata sfreccia sulla statale nei pressi di Paola, e Roberto inchioda. Letteralmente. Luisa, accanto a lui, lo guarda come si guarda un cane che ha appena scoperto la propria coda: “Ma che cazzo stai facendo?” Roberto la segue con lo sguardo nello specchietto retrovisore, rapito, estasiato, beatificato dalla freccia d’argento che sparisce nel traffico calabrese. Non l’aveva mai vista dal vivo, una Tesla. E per quei dieci secondi il mondo si è fermato. Luisa, naturalmente, non capisce cosa sia una Tesla Model S, e francamente non gliene potrebbe fregare di meno. Rocco, da parte sua, pur non essendo mai stato un appassionato di automobili, ammette che la guida automatica lo affascina: l’idea di mettersi in macchina con l’audiolibro, le braccia dietro la testa e le gambe a cavalcioni mentre il traffico scorre è qualcosa che appartiene al futuro – un futuro che però, da queste parti, sembra ancora lontano qualche anno e qualche legge.

Intanto, sul fronte ospedaliero, i primi giorni di marzo portano una doccia fredda. Il primario passa da Margherita e comunica che il prelievo del midollo avverrà la settimana seguente, non subito come Rocco si era illuso. Due settimane in più. Un mese e mezzo lontana da casa e potrebbero diventare due. Rocco racconta tutto in un vocale che sembra un pugno allo stomaco: “A me sta notizia mi ha proprio dato un cazzotto in pancia gigantesco.” Margherita, dal canto suo, resta salda. Non chiede mai ai dottori quando tornerà a casa, perché non vuole farsi la bocca e poi restare delusa. È lei, come sempre, quella più forte dei due. Ma pochi giorni dopo arriva la scossa opposta: il primario passa con tutto lo staff di ematologia, guarda Margherita e dice: “Signora, qua dobbiamo iniziare a decidere quando la rimandiamo a casa.” Non domani, non dopodomani, ma la parola “casa” è stata pronunciata, e per Rocco è tutta la differenza del mondo. Lo condivide solo con i due amici e con sua madre, perché se poi non succede, spiegarlo agli altri sarebbe insopportabile.

I neutrofili salgono. Da 20.000 all’ingresso a 150.000, poi 350.000, poi 480.000. Il traguardo è mezzo milione: a quel punto Margherita può tornare. Rocco è scaramantico e crede nei segni. Ogni momento chiave della malattia è coinciso con il compleanno di qualcuno in famiglia. Da subito, lui e Margherita si erano detti: “Vedrai che torni a casa al compleanno di tuo padre.” Il 14 marzo. E i numeri sembrano dargli ragione. Poi il 12 marzo, colpo di scena: i neutrofili schizzano sopra il milione in un solo giorno. Il dottore torna emozionato in stanza: i globuli rossi altissimi, l’emoglobina a 18, le piastrine perfette. Margherita torna a casa. Rocco parte per Roma per andarla a prendere, e il messaggio che manda agli amici ha la leggerezza e il sollievo di chi riemerge dall’acqua dopo troppo tempo: “Il prossimo messaggio ve lo manderà direttamente lei.”

Roberto e Sandrino restano senza parole. “Esterefatto,” dice Roberto, “non mi aspettavo così presto.” Sandrino è più laconico: “Ho appena ascoltato il file audio e niente, non aggiungo altro.” Il ritorno alla normalità, però, dura poco. I bambini si avventano su Margherita, e Rocco diventa istantaneamente il cattivo della situazione. Qualunque cosa dica – anche “Leonardo, ti piacciono gli gnocchi al ragù?” – riceve in cambio un “papà brutto, papà stupido, vattene via.” Leonardo e Lavinia scaricano su di lui tutta la tensione delle settimane senza mamma. Roberto lo rassicura: è normale, è fisiologico, passerà. Sandrino gli consiglia di mandare i figli a scuola almeno mezza giornata, perché prima dei figli c’è la coppia, e la coppia va protetta. Rocco ascolta, annuisce, ma intanto si rifugia a Roma la sera per un appuntamento di lavoro, “beatamente,” ammette, perché almeno lì nessuno gli dice che è stupido.

Ma la tregua è breve. Due settimane dopo il ritorno, Margherita deve rientrare per il ciclo di consolidamento. I risultati del prelievo del midollo sono i migliori possibili: remissione completa, nessuna cellula negativa. Il primario dice che è il miglior risultato che potevano sperare. Ma guarita non vuol dire guarita per sempre: la statistica dice 40-45% di probabilità che la leucemia non torni nei cinque anni successivi con la sola chemioterapia, 55% con il trapianto. Quel 10% in più vale 50 giorni di ricovero. La decisione verrà presa più avanti. Per ora, il secondo ciclo: 24-25 giorni, la metà del primo. Leonardo la prende da adulto: “Mamma fa lo spedale, io tommo con nonna, ciao.” Lavinia no. Lavinia è una frana come il padre.

Rocco, tra un turno in ospedale e l’altro, racconta agli amici un aneddoto che vale tutto il mese. Al supermercato con Lavinia, vestita di tutto punto con le scarpine con le lucette e il vestito rosa, le parla, la fa ridere, le chiede cosa comprare. A un certo punto si gira e si accorge che due ragazze di ventiquattro-venticinque anni lo stanno guardando con l’occhio del “mamma mia, guarda che bravo papà.” La figura del padre tenero con la figlia piccola, conclude Rocco, funziona sulle femmine “come il miele per le api e per gli orsi.” Subito dopo prende una strada sbagliata e finisce in un cianfino col treno fermo, e il mondo gli ricorda che l’ha sparata grossa. Ma la lezione resta.

L’altro grande snodo emotivo del mese riguarda Leonardo. Una sera, dopo cena dalla fidanzatina Anita, il bambino perde un mini portachiavi di Swiper che Anita gli aveva regalato. Comincia a delirare: piange, urla, dice a Rocco “ti odio, non sei un bravo papà, stupido, vattene via,” e gli tira pugni in faccia. I genitori di Anita minimizzano – è normale, i bambini fanno così – ma Rocco si irrigidisce, e la mattina dopo è ancora arrabbiato. Quando Leonardo a scuola gli chiede un bacio, Rocco gli dice no: “Il bacio papà non te lo dà perché ti amo tantissimo, sei mio figlio, papà starà sempre con te, ma mi hai fatto stare male. Oggi al massimo ci possiamo fare una carezza.” Dentro di sé soffre, ma sente che il ruolo del padre è anche questo. Si chiede quante volte i loro genitori abbiano fatto la stessa cosa, e quanto dolore si nascondesse dietro la durezza.

In parallelo, il mondo nerd non si ferma mai. Per il compleanno di Roberto – 44 anni, “porca di quella porca” – Sandrino gli regala Divinity: Original Sin 2 su Steam. Roberto lo installa la sera stessa e parte subito con le domande a raffica: “La patch italiana si scarica in automatico?”, “Qualche consiglio sul personaggio?”, “Ma se gioco da Lupo Solitario mi perdo le quest dei companion?” Sandrino, che ha già due ore di gioco sulle spalle, lo rassicura: anche giocando da solo si incontrano tutti i personaggi come NPC reclutabili. Ha scelto il non morto ranger arciere, immune al veleno e capace di scassinare serrature con le dita d’osso. Roberto, terrorizzato dalle duecento ore di gameplay che i forum promettono, vacilla tra il Lupo Solitario e il party completo. Il dilemma lo consuma per giorni, e alla fine ammette con onestà spiazzante: “Ho come la brutta sensazione che non prenderò l’abilità Lupo Solitario ma che mi porterò dietro un party di 5 persone con tutto quello che comporta. Ho paura, ho veramente paura.”

Rokko, intanto, ha finalmente attivato il suo Xiaomi Mi 9 e non la smette più di esaltarne le virtù. Il riconoscimento d’impronta sotto il display che si illumina di verde, la fotocamera “infinitamente superiore all’LG V30,” la batteria che dopo quattro giorni di smanettamento sta ancora al 30%. L’unico difetto: i giorni della settimana sono scritti in ideogrammi cinesi. Roberto gli spiega cos’è AnTuTu – “lo standard de facto per i benchmark sui cellulari, come il 3DMark su PC” – e conferma che lo Xiaomi ha il punteggio più alto di tutti. Naturalmente, come spesso accade, qualcuno ha probabilmente barato. Ma tant’è: per 450 euro è un telefono che fa sembrare un LG da 900 euro un residuato bellico.

Il filone degli audiolibri continua a espandersi. Rocco è a più di metà della saga di Dune e ne è entusiasta, anche se scopre con un certo disappunto quanto Game of Thrones abbia “copiato a man bassa” dal romanzo di Herbert: gli intrighi, i tradimenti, gli assassini che cambiano volto. Racconta di aver visto il film da piccolo almeno venti volte – insieme a Grosso Guaio a Chinatown, i Blues Brothers e Creepshow 2, che formavano il suo pantheon cinematografico infantile. Patrick Stewart c’era, e le voci del libro gli riportano in mente le facce degli attori, rendendo impossibile immaginarne di nuove. Roberto, tra l’altro, gli chiede chi sia Brian Cranston, e Rocco gli lancia un anatema preventivo: è Walter White di Breaking Bad.

Poi c’è l’aneddoto lovecraftiano. Rocco racconta che un suo giovane paziente, Matteo, durante una seduta si mette a parlare dei Funko Pop, e tra le sue collezioni mancanti cita Cthulhu. Rocco lo guarda incredulo: “In che senso Cthulhu?” Si mettono a parlare dei Grandi Antichi, e a un certo punto il ragazzo scherza: “Chi mi convince che tu non sei Nyarlathotep?” Rocco si alza, va al computer e gli mostra il tatuaggio del Segno degli Antichi. Il ragazzo quasi piange dalla gioia. E subito dopo pronuncia la frase più difficile della terapia: “Adesso ti dico una cosa che non ho mai detto a nessuno.” Rocco riflette su come la sincronicità junghiana – l’elemento casuale significativo – abbia sbloccato un percorso che era in stallo da settimane. Tutto grazie al grande Cthulhu.

Sul fronte domestico, la saga di Caterina e il cibo prosegue senza sosta. Roberto aggiorna: qualche piccolo progresso – morsica un panino col prosciutto, ogni tanto assaggia qualcosa all’asilo – ma il quadro resta quello di una bambina che, quando non vuole mangiare, non c’è verso. Dopo tre ore di capricci, scalci, botte alla testa e strilli che le tolgono la voce, i genitori cedono “come dei coglioni,” e lei lo sa. Poi la pediatra pronuncia la parola “anoressia infantile” e si apre l’apocalisse. Rocco interviene da professionista: non si può parlare di anoressia senza un arresto della crescita, e Caterina cresce eccome – è tre centimetri sopra la media in altezza. Il percentile è quello che conta, non il confronto generico. Tranquillizza Roberto, cerca colleghi psicoterapeuti dell’età evolutiva nella zona di Cosenza, e intanto dispensa consigli pratici: routine rigide, tutti a tavola insieme, niente latte prima della cena. Veronica si aggiunge con un suggerimento: il libro “Il mio bambino non mi mangia” di un pediatra spagnolo, González, che ha un approccio emozionale al problema. Roberto lo comprerà. Intanto si è anche auto-imposto di mangiare le verdure davanti a Caterina, cosa che per uno che ammette di essere “un po’ checchino” sul cibo è una piccola rivoluzione.

E poi c’è la grande odissea della scheda grafica. Roberto ha una GTX 1080 MSI da vendere e non riesce a farlo, perché è “l’Antonio della situazione” – pigro, imbranato, incapace di gestire un annuncio. Scongiura Sandrino di venderla al posto suo quando salirà a Velletri il 21 marzo. Sandrino accetta, la mette su Subito.it e eBay a 400 euro, sapendo che il prezzo realistico è intorno ai 300. Roberto vuole farci almeno 250 euro “per dare uno smacco” a una persona non specificata che gliene aveva offerti solo 200. La scheda viene venduta, il compratore paga su PayPal, e parte una tragicomica sequenza di spedizioni: Roberto è a Scalea, le poste di Guardia sono chiuse il sabato, Luisa non è affidabile per l’imballaggio. Alla fine tutto si risolve con una spedizione il lunedì.

Il mese è anche segnato dalla questione Now TV contro Sky. Sandrino sta per firmare un mutuo e deve tagliare i costi: Sky a 45 euro al mese è eliminabile, visto che guarda soltanto MasterChef e X Factor. Now TV a 10 euro al mese per il pacchetto intrattenimento sembra perfetto. Prova il servizio e conferma che in diretta si vede bene. Roberto, che ha Now TV da tre mesi, dissente violentemente: il contenuto on demand si vede “di merda,” come una videocassetta VHS anni ’80. Le sovraimpressioni sono illeggibili, la moglie Luisa – che non capisce nulla di HD e SD – ha chiesto spontaneamente “ma perché si vede così male?” Il dibattito si trascina per giorni, finché Sandrino verifica che l’on demand si vede bene anche da lui dopo i primi dieci secondi di adattamento. Il problema è probabilmente l’app LG di Roberto. Rocco, nel frattempo, offre il suo account SkyGo con tutti i canali sbloccati: “Tanto non lo uso, te do utente e password.” Problema risolto nella più tipica maniera del gruppo: aggirando l’ostacolo con la generosità.

Poi c’è World of Warcraft Vanilla, il cui annuncio scatena un’ondata di nostalgia seguita da un’immediata presa di coscienza collettiva. Roberto se lo ricorda benissimo: una sera venne Rocco a casa sua, crearono un personaggio non morto, giocarono tutta la notte, e da lì partì tutto. L’idea di tornare ai raid da 40 persone dove bastava l’errore di uno per mandare tutti a cagare, al Need or Greed per il loot, a Scholomance in 5, fa venire contemporaneamente i brividi e l’orticaria. Rocco taglia corto: “Sono passati i tempi, senza nostalgia e senza rimpianti. No, no, sta bene là.” E anche Roberto, dopo aver fantasticato di rientrare a Stormwind con la musichetta, conclude: “Ma chi ce la fa più? Siamo tutti ammogliati, affigliati. E i giovani d’oggi non reggerebbero quelle meccaniche.” L’effetto nostalgia resta così: un pensiero dolce che non diventerà mai un download.

Google Stadia viene annunciata e Sandrino va in brodo di giuggiole. La pronuncia perfetta – “Google Stàdia” – fa rabbrividire Roberto di ammirazione. Per Sandrino è un salto quantico, il primo vero cambiamento nel mondo videoludico dagli anni ’80: l’hardware fisico non conterà più nulla, bastano 20 megabit per giocare in 1080p, forse 30 per il 4K. Certo, i giochi non si potranno rivendere, ma con un abbonamento da 10 euro al mese chi se ne frega. PS Now di Sony, provato in ufficio con la fibra a 70 megabit, funziona ma è acerbo: 720p, un’app per PC orrenda, un catalogo pensato per famiglie con bambini e non per videogiocatori “super cazzuti” che comprano giochi a 60 euro appena usciti e poi non ci giocano. Il futuro è lo streaming, concordano tutti e tre.

Le sorpresine Kinder sono la nota dolente culturale del mese. Roberto, da sempre appassionato collezionista, ha ripreso a comprarle per Caterina, che le vuole (“lovetto kinder! sorpresina!”) pur rifiutandosi di mangiare la cioccolata. La scoperta è devastante: l’ovetto giallo si è rimpicciolito, le sorpresine sono monoblocco o a due pezzi massimo, non c’è più niente da costruire. Macchinine stupidissime, Minions quasi monopezzo, motociclette senza nemmeno un’istruzione. Confrontate con le meraviglie della sua gioventù – i camioncini con carica a molla, i robottini da montare pezzo per pezzo – sono un insulto alla creatività. Roberto è sconcertato: “Manco l’ovetto kinder è più l’ovetto kinder.” Rocco conferma: “Se la sorpresa c’ha più di tre pezzi, vuol dire puzzle. Sennò sono tutte ciofeche immonde.”

Verso fine mese, Roberto annuncia che finalmente salirà a Velletri con tutta la famiglia – ma anche stavolta il destino si mette di mezzo. La suocera si becca una polmonite, Caterina ricomincia col vomito. Sandrino commenta incredulo: “Ma come cazzo fate nella vostra famiglia a prendervi la polmonite? Ma girate a maniche corte l’inverno?” La salita viene rinviata, poi rinviata ancora, poi Roberto decide: salgono il 28 marzo, costi quel che costi. Luisa propone che vada da solo, ma lui non se la sente di lasciarle. Il viaggio infine si concretizza: Roberto, Luisa e Caterina prendono il treno. Al Carrefour di Velletri, incontrano Gianna con il pancione – sta aspettando la terza figlia. Rocco non aveva detto nulla perché “praticamente è incinta da un giorno, cose vere, non ti offendere.” Roberto scopre anche che non ricorda più le strade di Velletri: per raggiungere Sandrino finisce al cinema Augustus passando dalla 167. Non metteva piede in città da quasi un anno.

La serata di sabato è memorabile: Rocco ordina pizza da Appetit, birre per Roberto (“75 euro di birre, ma per te questo e altro”), chinotto Neri per Sandrino (“solo la marca, Sandro, solo la marca – 12 euro di chinotto ma ne valza la pena”), e patatine fritte per tutti. I tre amici si ritrovano a casa di Rocco, senza figli, senza mogli, con la pizza calda e l’unica cosa che conta: stare insieme. Ci sono anche le promesse della domenica – colazione da John Arley, pranzo insieme – ma Roberto vuole un pranzo in santa pace con i suoi genitori, che aspettavano la nipotina come il messia.

L’ultimo tema del mese è lo spoiler. Rocco, a cena con Sandrino, gli rivela che Negan in The Walking Dead è uscito di prigione. Sandrino lo accusa a mezzo vocale il giorno dopo. Roberto emette la sentenza: è un atto gravissimo, che mina tutto ciò che conoscevano dell’amico, ma l’amicizia prevede anche il perdono. Lui, peraltro, non ha mai seguito The Walking Dead, quindi anche se Negan atterrasse sulla luna gli sarebbe indifferente. Rocco si difende: la notizia era nella pubblicità di Fox, praticamente un’informazione pubblica. Roberto elabora la teoria della sindrome di Antonio Di Lallo: il voler fare il sapientone, inserendo spoiler a tradimento mentre si parla dei monaci tibetani. La controversia si chiude con l’assioma di Sandrino: “Il colpevole è sempre colui che ha necessità di giustificare le proprie azioni. Questi sono gli insegnamenti della signora Corbetta.”

Il mese si chiude con la promessa che ci si rivedrà, che Margherita supererà anche questo secondo ciclo, che Caterina prima o poi mangerà, che Mila smetterà di svegliarsi la notte, che i pidocchi del Giardino d’Archimede non arriveranno ai figli del gota velletrano. Rocco, tornando da Roma dopo aver riaccompagnato Margherita in ospedale, si ferma un attimo sul pensiero più bello del mese – una riflessione che gli ha fatto suo padre: se Margherita è a casa, vuol dire che il suo corpo ha risposto alla cura, che il pericolo immediato è passato, che possono tornare a fare la cosa più banale e preziosa del mondo: invecchiare insieme alla persona con cui hanno scelto di invecchiare. E non è poco. Non è poco per niente.