Maggio 2018: Tra scatoloni, gemiti notturni e marziani in banca, un maggio di profughi e miracoli

Maggio si apre con una coda avvelenata di aprile: la coscienza sporca di Sandrino. Il ragazzetto che ha comprato la 1080 è già un ricordo lontano, ma nel gruppo il dibattito sulle schede video e il mercato impazzito dei miners continua a ribollire. Roberto, che la sua 1080 Sandrino Edition non l’ha ancora montata — e ormai non stupisce più nessuno — filosofeggia sul dramma: se ti si rompe la scheda video adesso, che fai? Non si trovano, oppure ti chiedono settecento, mille euro. “Siamo in un momento veramente critico.” Tutti aspettano le nuove Nvidia, nome in codice Turing, che dovrebbero uscire verso luglio con una versione dedicata ai miners senza uscita video, così da lasciare in pace i videogiocatori. Ma il problema, spiega Roberto con la precisione dell’ingegner Massai delle schede video, è la resa produttiva: se ne produci cento e cinquanta vanno ai miners, ai giocatori ne restano la metà. E poi ci sono gli ASIC, “che ancora non ho ben capito manco che cazzo sono sti ASIC.”

Intanto Custode chiude il cerchio: centocinquantacinque ore nette, Assassin’s Creed Origins platinato in tutti e due i DLC. La Maledizione dei Faraoni, sentenzia, è fenomenale. E adesso? “E mo’ a che caspio gioco?” Il backlog è sconfinato: Tomb Raider lasciato lì dopo cinque ore due anni fa, Batman Arkham Knight strapacciato su PC, Zelda sulla Switch, Xenoblade Chronicles 2 sulla Switch. Il dilemma è amletico. Ma Roberto taglia corto con una verità pratica e brutale: deve lasciare casa entro fine mese, si trasferirà dai suoceri, niente più postazione PC. “Quindi l’unica soluzione è Zelda.” Scelta per eliminazione esistenziale, non per passione.

E qui si apre il capitolo del trasloco, ovvero il lento, inesorabile precipizio emotivo di Roberto verso la depressione da scatolone. Lo zio di Luisa ha trovato i turisti estivi per la casa in affitto, e la sentenza è inappellabile: fuori entro fine maggio. Il primo maggio, mentre il resto d’Italia grigliava, Roberto impacchettava. Ma impacchettare è un eufemismo: da sotto i lettini nella camera di Caterina, quella dove aveva dormito anche Sandrino la prima volta, sono usciti pacchi di piatti mai scartati, confezioni di bicchieri sigillate, regali di matrimonio che non ricordavano nemmeno di avere. “Mi sono messo le mani nei capelli. Guarda, la febbre, ho iniziato a scendere, a salire, a scendere, a salire.” La Wii U regalata dagli amici viene imballata come una reliquia sacra — “non perché non ci tenga, anzi, è per me una cosa sacra” — e Luisa lo guarda scazzata mentre lui avvolge la console con la reverenza di un monaco tibetano. Sandrino, pragmatico come sempre, gli dice di vendere tutto: la Wii U, i giochi, le console che non usa. “Piatti e bicchieri falli sparire con tuo suocero. Buttali al macero. Ma non te fa vedere da Luisa.” Roberto non la vende. Non venderà mai la Wii U. Preferisce tenerla parcheggiata chiusa in uno “scatolo” — e sì, ha detto scatolo, che come scoprirà Wikipedia è un solido cristallino dall’odore fecale. “Quindi ecco, quando fai lo scatolo fai la merda, Roberto, ricordalo.”

Il dramma vero però sono i mobili. Letto, armadio, parete attrezzata: Roberto non ha la più pallida idea di come si smontino. “Ma voi avete la più pallida idea di come si smonta un letto? Un armadio? E il divano, ma si può smontare un divano?” Luisa suggerisce un falegname. “Già la cosa mi pare più sensata.” Ma il terrore degli oggetti che si rovinano a ogni smontaggio e rimontaggio lo perseguita. E poi c’è l’Uber PC: “Mai succederà che io metta le mie sacre cose da PC dentro scatoli di cartone volgari. Io già mi immagino che mi farò tutta la strada col monitor sotto il braccio.” Luisa ride. Nel frattempo, ciliegina sullo scazzo, il telefono dello zio di Luisa squilla a ogni ora con gente interessata a vedere la casa. Estranei che entrano, guardano il bagno, la camera da letto, commentano dove metterebbero questo e quest’altro. “E qui te lo puoi mettere in culo. Mai più in vita mia una casa in affitto.”

E a proposito di infanzie nerd: Rocco realizza, in un momento di triste illuminazione, di non aver mai avuto i Lego da bambino. “Questa è una cosa che mi ha distrutto dentro. Il primo Lego che ho trovato in ordine di tempo è la zattera dei pirati che mi ha regalato il Custode tre anni fa a Natale.” Roberto è contentissimo di avergliela regalata. Lui, al contrario, è stato traviato dai genitori con il Lego Spazio, una sorta di astronave con base lunare che “costava ai tempi l’ira di Dio e da lì proprio mi è cambiato il mondo.”

A inizio mese Rocco e Margherita vanno a Roma per la preospedalizzazione. Una serie di visite preventive in vista della prima operazione: analisi del sangue, colloquio col dottore tre minuti, colloquio con l’anestesista cinque minuti. Per fare tutto questo entrano alle otto e escono a mezzogiorno e mezza. Quattro ore e mezza di inferno. Poi McDonald’s, poi un GLH a scuola, poi studio fino a sera. E alla fine, sul filo dell’esaurimento: “Avete visto il nuovo trailer di Red Dead Redemption? Da 26 ottobre, non vedo l’ora.” E Avengers Infinity War è il film dell’anno — “anche perché è l’unico film che ho visto quest’anno al cinema.” Roberto risponde con una scena pietà: “Quando lo vedrò io? Con chi lo vedrò? Non lo vedrò mai, se lo vedrò lo vedrò da solo come un cane.” E intanto Disney sta togliendo tutto da Netflix per il suo canale streaming. “Sono belle cose.”

Matrimonio a Prima Vista continua a scandire le serate. Roberto è estasiato: “Stanno a saltare l’aria.” Ma il momento cult è la scena dei tre pseudo-psicologi che commentano le coppie dal video. Jerry Grassi parte con “le meccaniche del circolo chiuso, il distacco,” parole che solo Rocco può comprendere. Poi l’altro dice “sì però la circolarità può anche portare a quest’altro.” Roberto traduce: “È come se avessero detto: certo, se metto il sale nell’acqua è più buona; certo se ce ne metto troppo è salata; certo se ce ne metto poco è sciapa. Hanno detto tutto e il contrario di tutto.” Rocco, il professionista vero, si incazza: “La psicologia è una scienza, non è aria fritta o il pendolino. Se non lo sai vuol dire che sei un minchione.” E Roberto, che di calcio non capisce niente, paragona la propria incompetenza nominando Ibrahimovic, Del Piero, Zoff e — inspiegabilmente — Bettarini. “Ve dico solo questo: Bettarini è diventato famoso per essere stato il primo compagno di Simona Ventura.”

Verso metà mese arriva il resoconto dell’evento Disney di Sandrino, che si è tenuto in una sala cinematografica di Roma. Tutta la lineup 2018-2019: Han Solo, Il Re Leone in live action, Aladdin con Will Smith come genio, Dumbo con un Tim Burton, Mary Poppins, e soprattutto lo Schiaccianoci e i Quattro Regni. Ma la bomba è il seguito di Unbreakable — il terzo capitolo, in realtà, perché il secondo è già uscito. Sandrino non dice quale per non spoilerare. Roberto impazzisce: “Unbreakable mi era piaciuto alla follia. Ho cercato di farlo vedere a Luisa in ogni possibile maniera e non l’ha voluto vedere, e già per questo avrei dovuto chiedere il divorzio.” Ma sugli action movie tratti dai cartoni animati? “Aladdin interpretato da Will Smith già mi viene la diarrea a spruzzo, e Il Re Leone fatto con cristiani o con bestie vere me fa cagare doppiamente a spruzzo.” Poi magari cambierà idea, “ma non lo so.”

Lato Mila, la notizia che arriva dal Casilino è un pugno allo stomaco. I dottori hanno detto a Veronica, brutalmente, che la bambina potrebbe aver contratto un virus che ha superato la placenta, e che non si sa cosa potrà avere alla nascita. “Vi prendete quello che vi arriva,” le hanno detto. Sandrino mantiene la calma che gli è propria: “Secondo me tutti i parti sono un po’ a scatola chiusa. Il bambino quando esce, se ha problemi cerebrali, se ci vede, se ci sente — è tutto a scatola chiusa.” Roberto lo ammira: “Ti stimo tantissimo perché magari io nella tua situazione non ci riuscirei.” E racconta della nascita di Caterina, quando Luisa lo chiamò in lacrime mentre la operavano d’urgenza per la pressione altissima: “Mi sono rigirato all’istante, ho fatto il vede guardia che penso neanche Schumacher l’avrebbe fatto, rischiando la vita in maniera… ho sorpassato ovunque.” Rocco è sulla stessa lunghezza d’onda: “L’essere genitori è stare in ansia per tutta la vita. A scuola di Leo si sono dimenticati un bambino sull’autobus l’anno scorso. Ogni volta che va in gita sto terrorizzato. Però non glielo trasmetto, e mi tengo l’ansia per me.”

Al decimo giorno Margherita va in ospedale per togliere il linfonodo sentinella. Il primo intervento. Rocco è in ansia perché alle dieci e cinquanta non la sentiva ancora — l’operazione doveva durare dieci minuti, non due ore. Ma il suo “vissuto sincronistico” lo stava facendo strippare a vuoto: il linfonodo era minuscolo, meno di un centimetro, buon segno perché vuol dire che non è infiammato, non ci è mai passato niente. Lo trovano, lo tolgono. “Adesso è tornata a casa un po’ dolorante, un bel cerotto, gli tira.” Entro dieci giorni, massimo quindici, il secondo intervento: quello grande. Doppia mastectomia, cinque giorni di ricovero, il chirurgo che proverà a conservare il capezzolo attaccato per non doverlo staccare e riattaccare. “Per una donna non è facilissimo.” Roberto e Sandrino si attivano, si organizzano. Leonardo dormirà con papà, Lavinia un po’ coi nonni, un po’ con Rocco, FaceTime a oltranza. Rocco si prenderà una settimana di ferie. “Quest’anno ho già guadagnato lo stipendio annuale di Margherita, quindi mi sto distaccando molto dai soldi.”

Roberto, nel frattempo, ha trovato un nuovo idolo: l’ingegner Paolo Massai, con due s, settantenne recensore di auto per Quattroruote TV. Un uomo che, mentre tutti parlano di infotainment e display multi-touch, si occupa esclusivamente della meccanica: motore, cambio, sospensioni, CX aerodinamico. “Ha il brio di uno gnù morto stecchito da giorni,” ammette Roberto, “però è semplicemente fenomenale.” E da lui apprende due rivelazioni. La prima: la nuova Fiat Tipo, macchina da mercati emergenti vista come l’auto degli sfigati, utilizza soluzioni aerodinamiche innovative che le tedesche premium non hanno. La griglia frontale si apre e si chiude a seconda della velocità. Le sospensioni sono tra le più evolute del mercato. “Trovarle su una macchina che parte da tredicimila euro è impressionante.” La seconda: la nuova Mercedes Classe A, quella col doppio tubo di scappamento cromato sagomato tipo jet? Quei due tubi sono finti. Non esce niente. Il vero scarico è una marmittina ridicola nascosta sotto la vettura. “È solo estetica o presa per il culo per il cliente.” Roberto ha raccontato l’ingegner Massai per otto minuti filati. Sandrino è grato: “Ho imparato tantissime cose. Anche Veronica l’ha trovato molto interessante.” Roberto si dà la pacca sulla spalla: “Sentite il rumore della pacca? Bravo Custode, bravo!”

C’è anche il Giro d’Italia che passa per la Calabria e chiude la statale tra Scalea e Santa Maria del Cedro. Dieci chilometri di rettilineo che Roberto fa in cinque minuti, trasformati in venticinque minuti di “una cazzo di strada di merda tortuosa interna, una sorta di mulattiera, passando su un ponte costruito da Mussolini dove si passava una macchina alla volta.” Orso Marso, paesini dimenticati, curve e controcurve e santi e numi tirati in ballo. “Ma voi d’estate fate questa strada per tornare a casa? Siete folli.” E il riassunto del calabrese medio: “Non capisce un cazzo di auto perché si compra solo le Audi, non capisce un cazzo di sport perché fa solo e esclusivamente Juve, non capisce un cazzo manco di strade perché è convinto che fare strade da rallycross con un Audi sia la cosa più normale del mondo.”

Sandrino nel frattempo si è comprato una bicicletta pieghevole per andare al lavoro, dal nuovo ufficio vicino a Termini. I primi giorni li ha fatti con le O-Bike, biciclette gialle a marcia unica che costano cinquanta centesimi ogni mezz’ora: “L’andata è liscia come l’olio perché è tutta discesa. Al ritorno torno sul treno zuppo, fragico di sudore, perché da Piazza Venezia a Termini è tutto il salitone di via Cavour.” Quella via dove c’era il negozio delle Magic. Roberto non giocava a Magic ma li accompagnava: “Venivo soltanto per vedere voi che facevate acquisti e scambi.”

Una notte Roberto viene svegliato da gemiti. Luisa gli dice di abbassare il volume della TV. Poi il silenzio rivela la verità: due piani sotto, una coppia sta trombando con un’intensità tale che l’eco rimbalza sui palazzi del viale. “Lei gridava così forte che se sentiva l’effetto eco del sonoro che usciva sul viale, ritornava indietro rimbalzando sui palazzi.” Dopo dieci minuti, silenzio. Si sente un portone. Si affacciano, quatti quatti, dalla finestrella della cucinina: un tizio alto e longilineo sale su una berlina di grosso calibro — Luisa giura sia una Jaguar. Se ne va. Dopo cinque minuti, ritorna. Dopo altri dieci, ricomincia la trafila. Stavolta venti minuti. “Luisa è convinta che si sia andato a comprare un pacchetto di preservativi nuovo. Perché sennò non se spiega.” L’exploit finale di lui “lo faceva sembrare un incrocio tra un orso polare e una creatura di Cloverfield.” Roberto, ormai sveglio, si infila le cuffiette e inizia a vedere Cloverfield Lane, che Sandrino gli aveva consigliato mesi fa. Dopo trenta minuti, lo adora. Ma deve interrompere per un motivo meno romantico: Caterina è caduta dal letto. “Poverina, mannaggia la pupazza.” Il letto matrimoniale è l’unica soluzione perché nella casa non c’è spazio per la culla comprata, e la piccola si gira come una trottola anche nel sonno. Spavento, pianto, controlli frenetici su artis, manine, viso, nuca. Poi si calma e si riaddormenta. “Dopo la grande euforia, il grande spavento.”

Cloverfield Lane gli piace da impazzire, ma la tensione è tale che una sera, arrivato a venti minuti dalla fine, interrompe: “Mi stavo cagando sotto.” Finirà il film qualche notte dopo, all’una e un quarto, e partirà subito con il Paradox. La saga cinematografica diventa argomento quotidiano: Rocco consiglia Split di Shyamalan, fondamentale per il terzo capitolo di Unbreakable. Roberto cita Evento dell’Orizzonte come paragone. “Ve lo ripeto ancora: Split va visto assolutamente.”

E poi, finalmente, arriva la notizia che tutti aspettavano. Verso fine mese, Roberto manda un messaggio che trema di emozione: “Ieri sera hanno chiamato dalla banca e finalmente, dopo — beh, dal 23 gennaio — ci hanno dato l’ok per il mutuo.” La dottoressa Ricciato ha fatto il miracolo. Il rogito viene fissato. Roberto va in banca con Luisa, notaio, parti venditrici, e scopre che stipulare un mutuo è un’esperienza di tortura burocratica: quarantaquattro pagine lette dal notaio articolo per articolo, dalle nove e cinque all’una e mezza. “Mi stavo addormentando.” Poi la botta: tremilaecinquecento euro di parcella notarile, contro i “circa tremila” pattuiti a voce. Luisa prova a trattare, la segretaria del notaio propone una fattura da millecinquecento — “potete scaricare solo quello.” Luisa chiama la commercialista in diretta, che smentisce: si può scaricare l’intera cifra. Roberto, con nonchalance chirurgica: “Per favore, ci può fare la fattura per intero di tremilaecinquecento euro.” E dentro di sé: “Pezzo di merda, spero che te ce mori con questi soldi.” Lezione appresa: mai più seguire i consigli di nessuno. “Vai da quello perché conosce tizio, vai da questo perché conosce Caio. Se fossimo andati da un tizio qualsiasi, forse avremmo fatto prima e speso meno.”

Poi la banca prova il colpo da maestro: un prestito di trentamila euro al 5,5% per i lavori di ristrutturazione. “Offerta valida solo fino al 25 giugno.” Roberto non ci crede: “Io me sto ad accollare un mutuo di cinquantamila euro per vent’anni all’1,80%, e tu me vuoi dare altri trentamila che te li devo restituire in dieci anni al 5,5%? Ma questi sono marziani. Ma sono proprio marziani.”

A fine maggio Roberto è ufficialmente proprietario. Le chiavi verranno consegnate entro il trenta giugno, i venditori hanno quindici giorni per svuotare. “Questi mesi non hanno svuotato niente perché col fatto che non erano sicuri che noi la comprassimo, hanno lasciato tutto.” Lui intanto è già dai suoceri: sabato ha scaricato divano, tavolo, parete attrezzata con tre cugini di Luisa, tutto in un magazzino. Si è sorbito maratone di dibattiti politici — la crisi Mattarella-Savona, “ieri sera maratona Mentana” — e sogna di evadere con la Switch. “C’ho la scusa praticamente per giocare ai due mega hit di Nintendo: Zelda e Xenoblade Chronicles 2.” Per agosto, forse, potranno entrare. Ma il sentore è che sarà settembre. “Io ho sto sentore.”

Margherita intanto è tornata dall’ospedale in tempi miracolosi. Il grande intervento — la doppia mastectomia — è stato quasi un day hospital. Roberto non ci crede: “Neanche per l’asportazione di un neo mi hanno tenuto così poco. Ma che ha fatto, quasi un day hospital? Una cosa miracolosa.” Sandrino scherza: “Se fossi nei tuoi panni festeggerei quattro giorni senza moglie. Per carità, con tutte le virgolette del caso.” Ma la gioia vera è un’altra, e Roberto la coglie con la lucidità dei momenti importanti: “Margherita, quel maledetto brutto male è stato debellato. Lo si fa per far sì che lei in quel cazzo di posto d’ospedale non ci vada più manco di striscio. E questa è la gioia più grande del mondo.” Leonardo, con la mamma in ospedale, ha dormito ogni notte nel suo lettino senza mai fiatare. “Papà basta cartoni, andiamo al lettino,” ha detto una sera. E Rocco, orgoglioso: “Come al solito, i papà vincono.”

Il mese si chiude con Sandrino a nove giorni dalla paternità. Mila dovrebbe nascere il cinque giugno. Le contrazioni di Veronica aumentano. L’ultimo giorno del mese lei ha delle perdite, e corrono al Casilino. “Nel caso fanno nascere oggi Mila.” Roberto ancora non ci crede del tutto: “Mi veniva da ridere al fatto che oggi nascesse Mila. Non perché sono insensibile, ma perché ancora mi devo abituare all’idea di Dattolino papà. Io tuttora a volte mi guardo allo specchio e dico: ma sono papà? E mi viene da ridere.” Ma Sandrino è pronto. O almeno prova a sembrarlo, con Veronica che lo guarda con uno sguardo che definire omicida sarebbe un complimento. “Tra una settimana e un giorno divento papà. Grazie a tutti. Grazie a tutti. Grazie a tutti. Grazie a tutti.”

E Roberto? Roberto non ha ancora montato la 1080. “La Luisa mi ha detto: beh, ma non la vorrai mica attaccare mo’. E fallo dopo che ci siamo trasferiti.” L’ha guardata con fare omicida. “Questa 1080 resta qui e quando avrò tempo la metterò dentro il mio Uber PC e non se ne parla che venga messa dentro uno scatolone.” Luisa, dall’alto della sua logica inoppugnabile, ha vinto anche stavolta. La 1080 è finita nel magazzino del cugino, sepolta tra piatti mai scartati e vestiti taglia quarantasei che non gli entrano più neanche di gamba. Ma almeno le puzzette di Luisa, quelle sì, funzionano benissimo nella nuova sistemazione dai suoceri.