Aprile comincia con Pasqua, con Sandrino che va a messa da buon cristiano credente e Roberto che si chiede cosa sia Bimax. Pasquetta la passa a Scalea, con un caffè e la bicicletta. Ma il vero tema del giorno è un altro: perché diavolo dovrebbe comprare Assassin’s Creed Origins? “Gli unici commenti che ho avuto sono quello di Rocco, che ha detto che è una cosa diversa da Black Flag, che per me è in assoluto il gioco più bello del mondo, e quello di Roberto che dice che è il gioco più bello a cui abbia giocato negli ultimi anni. Però mi dovete spiegare perché. Ditevelo perché è così, se mi convincete me lo compro.” E Roberto, che ha centodiciassette ore di gioco sulle spalle, parte con un monologo appassionato che durerà diversi messaggi vocali — interrotto solo dalla pipì che si sentiva distintamente in sottofondo, costringendolo a cancellare e registrare di nuovo. Il gioco è diventato un action RPG: rami di abilità, loot randomico, armi gialle viola verdi blu, centoventicinque quest secondarie, due arene con campioni, la corsa delle bighe, quattro elefanti da guerra, una trama matura e drammatica. “Centodiassette ore non ci avrei mai giocato se mi faceva cagare, non devo fare il bimbo minchia.” Sandrino lo accusa di avere la sindrome del compratore compulsivo, quella che fa dire “bellissimo!” a qualunque acquisto per non ammettere di aver buttato i soldi. Cita No Man’s Sky come precedente. “Secondo me state facendo come un po’ i bimbi minchia.” Ma quella sera stessa, su Kinguin a venticinque euro, Sandrino lo compra.
Rocco, intanto, si è fatto male sulle scale. Di nuovo. Stava smazzolando draghi a Monster Hunter World in pigiama e calzini alla moda quando sente tossire Lavinia. Sale, non prende lo scalino con l’alluce gigantesco, ci finisce sopra con tutto il peso. Sangue, livido, il dito che pulsa. “Sei geneticamente disabile a salire e scendere le scale,” sentenzia Roberto. “La prossima casa comprala in un campo da calcio piano. L’unica persona che conosco che è caduta più volte di te è Luisa, ma almeno lei è femmina.” Sandrino è meno pietoso: “Scusate, mi dispiace tantissimo per Rocco, però sul ‘geneticamente disabile a salire e scendere le scale’ sono sbottato a ridere come un cretino.”
La notizia bomba arriva nei giorni seguenti: a Roberto è arrivata la GTX 1080. L’ha comprata tramite Sandrino, l’ha vista al negozio dei suoceri, l’ha coccolata con gli occhi, e non l’ha ancora montata. “Oh, il problema è che quando sto a casa gioco con mia figlia. La devo montare nel fine settimana.” Il fine settimana passa, non la monta. Passa un altro fine settimana, non la monta. Passerà tutto aprile, e quella 1080 resterà nella scatola come una reliquia intoccabile, fissandolo con aria di rimprovero dalla scrivania. La stessa sorte tocca al telefono cinese, lo Xiaomi ordinato a fine gennaio dalla Cina, arrivato dopo due mesi tondi tondi con un sovrapprezzo doganale di quarantatré euro e settantasette centesimi. Un telefono che su Amazon costava praticamente uguale e sarebbe arrivato il giorno dopo. “Grande Roberto, grande!” si auto-flagella. Margherita, sentendo la storia, commenta: “Ma chiedi consiglio a loro prima di comprare il cellulare. Abbiamo detto tutti: sei un tontolino, non fare questa fuffolata.” E lui: “Purtroppo le cose ce le devo passare, uno si fa esperienza.”

La notte prima di questa confessione, Roberto ha comprato Far Cry 5 a quarantadue euro. Sull’onda dell’hype, senza pensarci. Non l’ha neanche installato — non ha spazio sull’hard disk — e leggendo le recensioni scopre che il gioco ha un respawn selvaggio di nemici e, peggio ancora, ti cancella missioni principali se perdi troppo tempo con le secondarie. “Praticamente mi sto rendendo conto che ho comprato un gioco di merda. Ho buttato quarantadue euro.” Sandrino, pragmatico, gli fa notare che su Uplay può restituirlo col diritto di recesso. Roberto resta di sasso: “Ma sai che non ci ho pensato?”
L’argomento Altered Carbon esplode nel gruppo come una bomba. Sandrino lo consiglia con un entusiasmo mai visto: “Una serie di fantascienza come non ne ho mai viste. Non c’è una puntata che ti annoia.” Roberto si fionda a cercare conferme e gli torna in mente un vecchio libro prestato da Luca Venturini, un cyberpunk letto a metà e mai finito. Rocco conferma: è Bay City di Richard K. Morgan, parte di una trilogia su Takeshi Kovacs, “che io l’ho sempre chiamato Kovacs pensando fosse d’origine giapponese, invece il cognome è serbo.” La serie è fedelissima al libro. Margherita approva: “Non solo perché lui è un manzo. Non solo perché è buono e sta sempre nudo e ha un culo che è santo cielo.” Roberto deve aspettare il cambio del telefono per guardarla — sullo schermo distrutto da Caterina non si gode niente — ma la scimmia è salita.
L’appuntamento del sabato sera è cambiato: Rocco è stato a cena a Testaccio con i suoi capi e ne ha ricavato due proposte importanti. La prima: alcune docenze per una professoressa di Padova che ha una scuola di specializzazione in psicoterapia. La seconda: entrare nel consiglio direttivo dell’AIR, l’Associazione Italiana Rorschach, collegata all’International Rorschach Society. “Tutte cose carine che servono a mettere i tasselli per il mio obiettivo, ovvero diventare docente universitario entro i quaranta.” Per l’università pubblica servono raccomandazioni. Per la privata servono pubblicazioni e curriculum. Rocco ha già creato il suo primo gruppo di ricerca: quattro tirocinanti che faranno una pubblicazione su rivista con impact factor. Sandrino commenta: “Diventerai sicuramente professore universitario. Di quelli un po’ stronzetti che hanno una trafila di ragazzette che vogliono fare di tutto pur di entrare nel mondo accademico, e tu le bastonerai.” Roberto è più serio: “Tra i tre, Rocco è sempre stato quello con le potenzialità maggiori per sfondare. Io nella mia vita non ho mai fatto un cazzo, a parte vent’anni buttati a farsi le pippe. È ovvio che non posso aspirare ad altro rispetto a quello che ho.” E poi, con una promessa che sa di giuramento: non permetterà a Caterina di fare come lui. Se vorrà studiare, farà l’impossibile per aiutarla; se vorrà lavorare, dovrà farlo subito, non come il sottoscritto. “Poi ovviamente questi sono discorsi che si fanno adesso. Il terrore è che poi avvenga tutto come nei discorsi più banali: nostra figlia non starà mai attaccata al cellulare per mangiare, dicevamo. E adesso senza cellulare Caterina non mangia.”
Le notti sono un campo di battaglia. Caterina dopo un vaccino non sta ferma un attimo — “riminizzo,” dice Roberto, parola calabrese per chi ha la smania, che si gira e rigira senza sosta — e Luisa si è presa la bronchite con antibiotico. Roberto si alza alle sei e quaranta, gioca ad Assassin’s Creed per quaranta minuti, poi colazione, cacatina veloce, biberon per Caterina se si sveglia prima, e via al lavoro. La sera, dopo che la bimba si addormenta verso le dieci e mezza con i suoi rituali — toccarsi gli occhietti, sbadigliare, portare i calzini della nanna — lui e Luisa finalmente liberi: lei a burraco online, lui ad Assassin’s Creed. “Non andiamo a dormire mai prima dell’una.” Rocco fa lo stesso, in media cinque ore e quaranta di sonno a notte, il suo Mi Band glielo conferma. Sandrino non ci sta: “Ma come cazzo fate? Come fanno Margherita e Luisa a non mandarvi a fanculo?” Lui torna a casa alle otto, sta con Veronica, e alle dieci e mezza crolla. “Siete degli alieni.” E così Xenoblade Chronicles sul treno diventa l’unica valvola di sfogo: “L’unico momento libero che ho.” Roberto spiega con pazienza: non è che rubano tempo alla famiglia, giocano quando tutti dormono. “Ci saranno fasi della tua nuova vita da papà che ti assorbiranno completamente. Poi piano piano la situazione si assesterà.”
Rocco, con i suoi Leonardo e Lavinia che alle dieci e un quarto dormono, ha un rituale tutto suo: racconta a Leonardo storie inventate sulla Collina degli Animali, dove il signor Toro quando vede il rosso non ci capisce più niente, il fratello Cavallo quando vede il blu impazzisce, e l’amico Gatto quando vede il nero perde la ragione. “Leonardo mi ha detto: papà, raccontami la storia dell’amico Gatto che quando vede il nero non capisce più niente. E mi sono inventato una storia di Halloween che gli piace tantissimo.” E pensiero dolce: “Penso anche di mandarla all’Erickson che fanno le collane per bambini illustrate. Mi sento un po’ Jackie Rowling.” Leonardo si è appena innamorato dei Lego e dei Lego Movie, e adesso anche dei Transformers: “Papà, mi compri un Transformers?” — e Rocco è giustificato a portare a casa qualunque cosa si trasformi dicendo “ci gioca Leo.” Roberto piange di gioia sentendo la notizia.
E poi arriva la puntata di Matrimonio a Prima Vista Italia. La nuova stagione è iniziata, e Luisa e Roberto non vedono l’ora. Ma Roberto ha avuto un contrattempo la sera della prima puntata: “Mi sono addormentato prima che si sposasse la prima coppia, sto proprio rovinato.” I tre giudici diventano immediatamente soggetto di analisi. Il “vecchio pelato,” come lo chiama Roberto, ha sempre la faccia di uno che si chiede come sia finito in quel programma. La sessuologa è “un’allucinata fuori dal mondo, ogni volta che la inquadrano ho l’istinto di grattarmi i coglioni.” E poi c’è Gerry Grassi: “Ma perché tu non sei come Gerry Grassi, Rocco? Sei una persona affascinante. Il fatto che ti sei fatto crescere la barba come lui, secondo me hai capito tutto.” Rocco, che si sente chiamare “l’amico di Rocco Gerry Grassi,” è lusingato. Roberto lo vede come un personaggio da fumetto: “Facciotta a pera, guanciotto e mascellone che si allargano. Ogni volta che lo inquadrano mi viene il sorriso.” Roberto e Luisa intanto hanno scoperto un programma trash su Real Time — Un Anno Dopo — dove le persone si danno un anno per cambiare vita, e il format ridicolo li tiene incollati alla TV. E Dance Dance Dance, che Roberto guardava solo per la De Logu: “Quell’abitino azzurro-blu vedo non vedo dell’ultima serata, io ce l’ho ancora con me quando mi chiudo da solo in bagno. E ho detto tutto.”
Nella stessa settimana, Roberto si becca i carabinieri. A Cetraro, la rotatoria che prima era un semplice incrocio. La fila è infinita, i rincoglioniti davanti non sanno come si fa. Roberto guarda a sinistra, strada libera, e decide di svoltare direttamente saltando la rotatoria. Appena svolta, dal bar escono tre carabinieri. Quello attempato lo guarda come se avesse visto l’Anticristo. Documenti, cazziatone, quarto d’ora fermo. “Mi hanno chiesto dove lavoro. Quando gli ho detto Scalea, mi ha chiesto: e che ci fa a Cetraro? Non gli potevo dire che dovevo andare a fare colazione con cornetto e cappuccino. Gli ho sparato che dovevo fermarmi al bancomat delle poste.” Lo graziano. Rocco, dalla macchina con Margherita, sentenzia: “Le multe fanno bene. Ha fatto malissimo a graziarti.” Ma Margherita, in sottofondo: “Ma chi cazzo ce sta a Cetraro? Ha fatto bene a passare.”
Il discorso macchine ha cambiato fronte. La Smart di Rocco ha deciso di morire con stile: una mattina blocca i freni, il pomeriggio limita il motore a duemila giri, il che in salita significa quarantacinque all’ora. “È il chiaro messaggio della macchina che mi dice: cambiami.” E la cambierà: non per una Picanto alla fine, ma per una Panda Lounge benzina, da Senesi. Chilometri zero del 2018. Roberto lancia la sua filippica sulla Fiat: una Panda super acchittata arriva a costare sedicimila euro. “È una cosa veramente ridicola. Ti fanno pagare come optional il quinto posto, il climatizzatore, gli specchietti elettrici, la ruota di scorta. Te la vendono quattro posti. Che cazzo vuol dire?” Ma poi ammette: sui motori la Fiat li sa fare bene. Sandrino filosofeggia: “L’ho capito solo adesso che non bisogna spendere soldi sulle macchine. Ho speso settantamila euro in dieci anni — un’Alfa 147, un’Audi A3, una BMW Serie 1 — per avere che? Sempre la stessa plasticaccia. È meglio spendere poco.” E la Smart Roadster? Roberto la stroncata come una bara su ruote: “A parte il fatto che stai attaccato al suolo, a prima buca da voi ti ricoverano al cimitero.” Margherita in sottofondo: “È una merda.”
La saga della casa di Roberto raggiunge livelli epici di frustrazione. I venditori mandano un ultimatum: o martedì trovano una soluzione, o la casa non gliela vendono più. Roberto esplode. “Il problema l’hanno creato loro! C’è l’ipoteca di quarantunomila euro che non ci hanno detto, manca l’APE, manca il certificato di agibilità, e mo’ sembra che in difetto ci stiamo noi?” L’assegno di duemila euro, che doveva restare depositato fino all’approvazione del mutuo, se lo sono incassato. Luisa, da avvocato, scrive lettere fuoco e fiamme via PEC a tutti — banca, agenzia, venditori. La Unicredit di Belvedere li accoglie con: “Non vi conosco, chi mi assicura che siete gente per bene?” Roberto commenta: “E vaffanculo.” L’unica nota positiva è che il fondo garanzia dello Stato ha accettato la loro domanda.
Ma il colpo più duro arriva dalla parte meno attesa. Lo zio di Luisa, che gli affitta la casa, ha già trovato bagnanti per luglio. Il che significa: fuori entro fine maggio. Roberto cade in depressione. “L’idea di imballare tutto, stiparlo nei garage dei parenti, e tornare a fare il profugo dai miei suoceri mi ha snervato.” Non è la privacy — è quel senso di casa tua, di poter fare quello che ti pare. “Il televisore, dove lo ficco? Il computer, dove lo butto? Sono cazzatine risolvibili, ma intanto la notte non dormo.” Sandrino suggerisce un affitto. Ma a guardia d’estate le case si affittano ai turisti a millecinquecento euro al mese, e il resto sono baracche per uso estivo. “Lo zio ci faceva un prezzo di favore. E poi se ci spostiamo altrove, chi guarda Caterina? Chi la porta dai nonni?” Rocco commenta con la saggezza di chi ha vissuto la stessa odissea: anche lui stava per firmare dal notaio per la casa al quinto piano del palazzo di Sandrino — “saremmo diventati vicini vicinini” — quando scoprirono cose non dichiarate. Saltò tutto. Ma due anni dopo quell’appartamento si allagò, e Rocco trovò dove vive ora. “Le case sono il centro della confluenza di milioni di pressioni cosmiche e universali che ci devono portare per la nostra strada.”
Poi, miracolo burocratico: la pratica del mutuo passa dall'”Antonio della situazione” — pachiderma incompetente — alla dottoressa Ricciato, che in un’ora fa quello che l’altro non ha saputo fare in due mesi. “Ma uno che si chiama l’Idolanza, con il nome di una barzelletta Disney, che cazzo potevamo pretendere?” Il perito verrà la settimana prossima, e da lì quindici giorni per l’erogazione. Le certificazioni dei venditori finalmente arrivano. Si respira.
E in mezzo a tutto questo, la notizia che illumina il mese. Roberto torna dal lavoro scazzato, guarda il telefono, e cambia espressione: “È la più bella notizia che poteva arrivare. Sono contentissimo. Dai un bacione grande a tua moglie.” Le terapie di Margherita stanno finendo. L’ultima sarà venerdì. C’erano stati momenti durissimi — Rocco li racconta con voce bassa. Il cortisone l’ha gonfiata un po’, la pelle delle mani screpolata, e qualche settimana prima, ogni volta che si soffiava il naso usciva sangue per minuti. “La scena più brutta è stata una sera che sono salito e lei usciva dalla camera con la striscia rossa continua dal naso. Quell’immagine ce l’ho stampata in fronte.” Ma adesso è passato, il naso non sanguina più. “Non vedo l’ora che le ricrescano i capelli. È proprio… è proprio.” Non riesce a finire la frase. Si avvicina l’operazione, e Rocco ammette di avere “un po’ di pensieri così.” Ma uccidere draghi la sera gli libera la mente. Poi, al San Camillo, l’appuntamento con la chirurga che mette Margherita in lista d’attesa. “Sappiamo poi quando finisce tutto.” Sandrino e Roberto sono commossi. “Dopo tanta tristezza, penso che sia una notizia talmente bella che è da festeggiare con la normalità. La vittoria più grande è tornare alla normalità.”
L’Assassin’s Creed di Sandrino intanto procede tra perplessità e meraviglia grafica. “Sono arrivato al livello quindici. Per ora mi sembra un more of the same.” Roberto risponde con minuziose istruzioni sul combat system — rotola, rotola, arriva alle spalle, boom bam bim — e sulla gestione delle armi. E poi, una sera, giocando all’ultimo DLC La Maledizione dei Faraoni, convinto di essere alla missione finale, succede l’impensabile: si apre una mappa nuova, grande quanto quella precedente. “Ero convinto di essere alla fine del gioco e mi ritrovo a metà. Un DLC di Ubisoft con questa quantità di contenuti — non sembra neanche possibile.” God of War nel frattempo è il terzo Metacritic più alto di tutti i tempi, dopo Zelda e Super Mario. Roberto lo vuole sulla PS4 Pro, ma una Pro costa trecentoquarantacinque euro, e Sandrino gli mette il dubbio: “Sei sicuro? Far Cry 5 ha avuto nove nelle recensioni ed è una cagata.” Roberto si frena. Sandrino, dal canto suo, sta valutando uno skateboard elettrico per il nuovo ufficio vicino a Piazza Navona. “Scommetto che nelle vostre chat di saccentili, nessuno ha mai parlato di skateboard elettrici!”
Sandrino sta anche pitturando la stanzetta di Mila. Grigietto chiaro e rosa. “Ieri quasi schiattavo: dopo una giornata di lavoro, due pareti grosse da pitturare, poi cucinare.” Roberto si commuove e immagina nuvolette e stelline. Sandrino ha ambizioni diverse: “Telecamere, sorveglianza, droni che volano in caso di pianto. Ma non penso che Veronica sia d’accordo.” Intanto gli arriva anche la fibra, dopo quattro settimane di tecnici mancati — prima il cabinet sbagliato, poi Pasqua, poi il tecnico malato. Roberto dalla Calabria rosica: “È incredibile che hanno attivato la fibra con meno problemi a me che sto in Calabria e non sono nessuno, che a te che lavori alla TIM.”
A fine mese Roberto e famiglia vanno a San Giovanni Rotondo. La chiesa di Renzo Piano è “un prefabbricato fuori e una cattedrale dentro.” Padre Pio nella teca è intatto, impressionante, ma la fiumana di gente porta il peggio dell’italianità: spintoni, litigi davanti all’ascensore con la carrozzina. “Vedo nella gente questa continua ricerca del divino. Fammi la grazia qui, fammi la grazia là. Però non vedo la controferta. Vedo gente sempre più stronza.” Il viaggio di ritorno è massacrante: Caterina vomita sulla discesa del Lago Negro, anche l’altro bambino Diego vomita, Roberto arriva a casa alle nove e trentasette col piede in cancrena dal guidare. “Un viaggio così mi fa passare la voglia di andare da qualunque parte.”
Il mese si chiude con Rocco impegnato nell’incarico più pesante e significativo: l’EPG entra nell’osservatorio nazionale per la pedopornografia e i sex offender. Devono stilare requisiti minimi per gli psicologi forensi e creare un libro di definizioni standardizzate per le forze dell’ordine. Roberto commenta con la solita grazia: “Ma c’è un termine anche per il custode? Quarantatreenne che guarda porno giapponesi?” Sandrino: “Il quarantenne che va con una sedicenne? So pure io il termine: porco.”
E l’ultimo atto del mese è una scena degna di un film. Sandrino vende una delle 1080 a un ragazzetto venuto da Roma in motorino. Il ragazzo odia i miners con tutto il cuore — “per colpa di queste merde non riesco a comprare una scheda da sei mesi.” Sandrino giura che la scheda è stata usata solo per giocare. “Meno male che non è andato a controllare le altre inserzioni su eBay, dove vendo il rig.” Quando il ragazzo, leggendo la fattura con otto schede grafiche, chiede perché, Sandrino improvvisa: “Con gli amici a dicembre abbiamo comprato in gruppo per risparmiare.” La bugia scivola via liscia. “Mi stavo vergognando di me stesso. Però cinquecentoeuro in saccoccia.” Roberto, intanto, non ha ancora montato la sua 1080. Non ha sbollato neanche il telefono nuovo. “C’ho una 1080 e non la posso usare. Ma ti rendi conto?” Ma del resto, di ritorno da Padre Pio, è un po’ più santo.